Traduzione:    


PICCOLA COLAZIONE (Garzanti, 1987, 3° ed. 1994)
ISBN 88-11-63950-6
(www.unilibro.it)


Piccola colazione (1974-1986)

per Laura e Giulia

"Il vuoto è una stoffa dipinta di parole. Le parole tingono il vuoto e, come una seta, imprimono colori e figure eleganti e, così ricoprendolo, si fissano poco alla volta, fino a quando rimangono, ormai esse sole, indelebili".
Yukio Mishima

"Per il fatto stesso che si parla, ciascuna cosa non è quella che è. Il simbolo è l’assassino della cosa".
Jacques Lacan


La parola, per me,

veniva da distante.

Un a priori, quasi,

l’avvertivo. Un eccitante.

In un processo in

qualche modo inverso.

Nel darle per riscontro

una realtà che invece,

più toccata e presa, più

sfuggiva inconsistente

ai cinque sensi.

Con l’effetto di essere

lanciata contro un corpo

pronunciato e, nel

suo dirlo, di colpo

riafferrato.


Malaria Traduzione:        

"Qual è più caro, il nome o il corpo?"
Lao-tzû

"Il più alto grado di presenza è l’assenza".
Walter Benjamin

"Troppo comodo

fare quello che piace

e che si vuole".


La scatola di latta

è tonda e ruota,

una parte sull’altra.

Si può odorarla, vuota,

e leccarla, quando

la liquerizia è terminata.

mela arancia susina

mela arancia susina


… da dove saltano

fuori, i sogni,

vesti e contorni

al mostro, alla pazzia:

frullati, puzzle con

i tasselli fuori posto,

come uccelli colorati

o pipistrelli

staccatisi di colpo

dall’albero blu inchiostro.

 

"Dev’essere un accordo

dei grandi,

per dispetto o gelosia".

Sulla torre del castello

inespugnabile, sicura

da cui si tiene il resto

sotto mira. Un regno

piccolo ma certo, per

il tempo almeno in cui

la porta è chiusa a chiave.

 

(Scruta, salito

sul bordo della vasca

in bilico, svestito,

indaga sullo specchio

la forma o una ragione

di tanto desiderio.)

pesa il passo e posa piano
lancia il sasso con la mano
ferma adesso o vai lontano


"Mia madre dice che

posso togliermi tutto".

"La mia, non più dei

pantaloni e della maglia".

 

(Vedersi, essere

visto. Metterlo a nudo.

Tenerlo, se deve essere

tenuto. Ma gli pare

che debba esserci

qualche altra cosa…)

 

Rosso. Di febbre, di

sangue. Dentro al fuoco.

Di unghie e labbra.

Di gente senzadio.

Di cappe, di bandiere.



Non sommergibile, "Io",

in rotta per i mari.

"Tutti sottocoperta,

chiudere i boccaporti.

Immersione rapida".

Lo spazio circoscritto

la sacca degli odori

l’ombra del letto.

"… cuore, desco, nido

gnomo, soma, tetto".

 

Ancora. Esatta

la secca tiritera

parola per parola.

Specchio, ritratto

analogia, prova

che c’è, sotto, la cosa:

quel che sempre sarà

e sempre è stato,

non dovunque e

come sia. Dettato.

… sul Libro dei

Libri Famosi,

nell’enciclopedia.


"… ha i colori

del fuoco, della neve

e del prato".

 

"Dai, paga il pegno.

Dire, fare, baciare,

lettera o testamento?".


(Non è che smetta

anzi, a rifarlo, gli

sembra anche più bello.

Però, ha il dubbio

che se resta magro

è proprio per quello.)


"Più vai veloce e

più, vedrai, ti piace".


… che una parola

abbia un sesso e una

persona (maschile se

finisce in a!). Ma

incomprensibile di più

lo stato di mancanza

di assenza, insomma

la parvenza negata

in un concetto neppure

rifiutato, inconcepibile,

del niente e lo stupore

a pronunciarlo.

"La sua, dov’è?

Da cosa è fatta?".

(A lui il gusto, solo,

di essere preso. E

il pensiero che è

ingiusto e svantaggioso,

e non tanto per lei

in fondo, se non ce l’ha.)

"Lo imparerai, quando

sarai più grande".

Visto in segreto e detto

al chiuso, in ombra

bisbigli, incerti

i margini, mai esatti

indizi di segnali

colti, strappati

in fretta e furia

a sillabe, per paura

di essere scoperti

prima di scoprire

centimetri quadrati

di anfratti, di peluria.

una rana nera e rara
sulla rena errò una sera

Paura che un vetro venga rotto

che il sale vada sparso

che si rovesci l’acqua mentre bolle

che una zingara entri in casa

che cada il fiasco d’olio

che si rovini la salute.

Paura di restare al buio

di trovare in casa un assassino

di cavarsi un occhio su una punta

di non essere promosso

di cadere in un burrone

di finire dentro a un lago

di annegare, di essere schiacciato.

"… l’hai detto,

Già se l’hai pensato.

Che non sia stato,

non conta più".

"Ci stai allora?

Dai, parliamo male".

"Dobbiamo dire

tutte parolacce".

Detti e guardati

sopra il dizionario.

Ammessi, dunque, o

non del tutto ignorati.

E gli altri, sinonimi

più amorfi e grigi,

almeno registrati.

"Si mettono così,

l’uno sull’altro".

(Sdraiato, a letto,

per l’ennesima prova

generale col cuscino.

Febbrile e ansante

baciandolo, abbracciato.)

Contro lo specchio

rispetto a un altro,

piccolo, che scende e

sale, a controllare

qual è l’effetto

di una diversa visuale.

"Non devi stare

con certi mascalzoni".

 

Che sia davvero

proprio il tranello,

quello per tentarti

per farti cadere

e, preso nella rete,

condannato in eterno

tra urli e grida

nel lago, nella fossa

in mezzo al fuoco.


"Ciò che è confessato

è tolto. E resti libero

una volta assolto".

(Lo tormenta, a un

tratto, l’idea sgomenta

di non rispondere affatto

al modello di purezza

cui l’hanno abituato.)

… che esca fuori

una bestemmia

senza volerlo, che

si formi in testa

per un innesco

incontrollato.

Ma, sì, chi è stato

ai sette primi venerdì

del mese, preghiere

e litanie per ogni sera,

qualunque cosa ha fatto

e che continua a fare

sicuramente è salvo.


"Intanto, dappertutto

Dio ti vede".


(Punta là, senza

saperlo. È attratto

per istinto, risucchiata

la sua mano, intanto,

a quel convesso

senza appiglio.)


"Lo dico a tua madre

che mi tocchi".


… che accada e

non importa come,

che finalmente

sia tolta ogni riserva

e, costi quel che costi,

si abbia il seguito.

Nonostante l’idea

magari di disgusto,

anche nel sangue

nel puzzo e nel sudore.

"Piace anche a lei,

non credere".

Da consumarsi in fretta

al buio, al chiuso

della stanza,

senza che si veda o

che si senta, di nascosto

di straforo, a danno

di qualcuno, come offesa

rischio e, più, vergogna

violando, meglio che

si possa, la consegna.

… ed è, risulta

inconsistente,

quanto più detto

ordinato e richiesto,

contro lo stare

fermo e sordo, questo

sì imperioso e urgente,

del suo nome.


Di nuovo ripetuto

tra sé o a voce alta

riscritto in lunghe

file sui quaderni,

in grande e in piccolo

corsivo o stampatello

in alfabeto greco

con la grafia più antica

disegnato, perfino

cesellato. Sempre quello.


"A una cui vuoi bene

non lo fai".


Che sia dannata, sì,

e impura e lurida

perduta… ma destinata

a spegnere una sete

appetitosa, proprio

per questa cosa,

dolorosamente desiderata.


(Il sogno suo è di

perdersi, di cadere tra

le mani di una donna

senza scrupoli.)

"Si fanno fare

quello che ti pare".


Da compitare, legato

a un altro, spingendo

sui contorni, a voce quasi

spenta, smozzicata

sotto ai denti come

sotto la sottana,

il soffio disperato

di… puttana.


Fu vera gloria?

"La forma della casa è il percorso di un destino. Bunker, fortilizio, labirinto decoroso: le tipologie, insieme, della guerra e della corte. Carcerati e carcerieri spiano il mondo. dalle feritoie, e se lo rappresentano nel sogno". Anonimo

"L’unica verità che la gente accetti è quella presentata già come digerita e manipolata, rimpicciolita e decorata".
Hermann Hesse



"Ma come, via… Non

danno proprio niente".

"… anche per oggi

abbiamo terminato.

Buone notte".

Sì, la splendida cromia

del video,

il dolce stare alla ventura

a prendere, sorbire, a degustare

i morbidi dessert.

A cogliersi la vita

già condita,

così, premasticata e digerita.

Per consegnarsi al gioco

delle pose, al neutro moto

patinato

in cui

più niente esiste veramente,

in una lontananza

che intrattiene

ma per quel tanto solo

che uno sia sfiorato.

La stessa predisposta fantasia,

fuori di sé, covata

si ipnotizza, si dissolve.

Più non trattiene

l’acqua

è un fiotto che dilaga

che affoga, che si ingoia.

"Alla tua età, io non

l’avevo, il tempo

per la noia".

Il salotto

è stile inglese.

Frange e fiocchi

dappertutto. Cocci

sui piani, stampe

di fiori e di castelli.


(Dì sé, predilige

le mani.

Gli piace guardarle,

fingendosi di fronte.

Abbandonate e esili

quasi femminili.)

"Con tutti i tuoi progetti strani…

Ma tirali, i fili,

di quello che vuoi fare".

Appena oltre la riva

a pelo d’acqua

emerge e non emerge

pare e non pare.

Lasciandoci nel dubbio

se esista per davvero

o sia un inganno

un alibi, un pretesto

il resto di una

storia mai avviata

la noce putrefatta

di un aborto.

"Qualunque cosa dica,

ho sempre torto…".

(Sarà per l’indole

scettica e insofferente,

per la pigrizia e per la levità

per un’astuzia riduttiva

magari per capriccio,

del resto aspetti nobili, segni

d’apertura contemplativa,

ma si sottrae se può

all’uso di parole,

sul filo dei pensieri

dietro l’alone e il fumo

che essi lasciano.)

"… è stato ucciso

in strada, sotto casa,

da due giovani

scappati su un motore".

"Ma guarda lì, che

roba. Che vigliacchi".

"Ogni giorno così.

Passami i piatti".

"Pronto. Chi è?

Non c’è. Non è tornato".

(Fa un certo che…

ma quando sta mangiando,

se non ci sono morti

catastrofi e disastri,

ebbene sì lo ammette

a lui dispiace.)

 

"Quei soldi, allora

Hai chiesto? Te li danno".

Il tavolo occupa

il tinello:

c’è posto appena

per le sedie.

E c’è un carrello

con il televisore.

"Se te la prendi, vedi

la colpa è solo tua".


(Si accorge con piacere

che è ancora e che sarà

quello che era,

sempre uguale: un bambino

che pesta i piedi

e grida: "Non vale!".)

"Magari, tu ci credi.

Ma, poi… uno si pente".

I colpi secchi,

il suono che si sente

della sveglia

a scandire il rito

del pulito, nel chiuso

ordinato dalle porte

nel buio, nel privato.

"Ma si figuri. Pronto.

Anzi… No, l’ho avuto.

Non è un disturbo affatto".

Il gusto dello scoppio,

il cedimento e l’abbandono

dopo aver tenuto,

la fuga quasi da sé.

La tecnica sottile

l’arte, addirittura,

dello starnuto…

(A lui, i bambini

un po’ dispiacciono.

Li pensa sempre

sporchi e puzzolenti,

piccoli mostri

che toccano e rovinano.)

"È dura, senti. Ma

lo vuoi capire?".

… con l’eco che,

a raccolta, li chiama

sulla scena.

Figure nell’opaco,

fantasmi sgonfi

con plaid, pantofole

e borse d’acqua calda.

"Delinquenti. Da

rinchiudere per sempre

o da ammazzare".

(Ne ha uccisi tanti

col pensiero.

Ha gridato: "Porco,

ti sta bene".

È l’assassino, se

ne vanta, l’aguzzino

dei suoi nemici.

Senza che si perda

un dito della stima

che riserva

sulla sua vita.)


"… ma senza esagerare.

Per non esserne scottato".

La camera da letto

è in stile chippendale,

con il comò

e le poltroncine.

Ha una toilette

e un grande armadio.

"Che cosa hai in mente?

Dillo, per favore".

Di lieti boschi, qui,

solo un contorno, di siepi

il segno, alle pareti.

Nel circoscritto spazio

presi

dentro, nel buio anfratto.

Arresa

gonfiata enormità

che avvolge e impasta

turgida polpa,

crema

frolla che spande caldo afrore,

umore giù dal groppo

che gorgoglia. Il pieno

che si svuota. Ampolla

plafoniera

che pende e che consiste

che cede e in sé ritira.

Vasca di panna soffice

molle polipo

cascata.


(Sarà che lui da piccolo

sognava culi, e ventri

e seni dilatati,

ed era bravo a disegnarli

e lo cercavano per questo.

Per lui valevano da soli,

senza il resto di un corpo

o di una testa.)

… i lati, le caselle,

nel regno, nell’ordito

di gabbia, di scacchiera.

Ferve l’incanto

sul filo più sospeso,

sulla cresta del nido

della corte. Per la cura

di serve e di puttane.


"Così, stai ferma.

È un attimo soltanto".

"Mi lasci, su. Che fa?

Guardi che grido".

"Dovresti ringraziarmi

per quello che ti insegno".

"Oddio. Ma che succede,

se sente la signora…".

IL bagno è stretto,

con uno specchio

ad armadietto

e il lavandino sul bidè.

E, tra la vasca e

la finestra, la lavatrice

e una scarpiera.

"Non ci pensare. Datti,

più da fare. Così ti resta

sempre qualcosa a cui

ti puoi attaccare".

(Però gli pare che

alle donne piacciono

se sono mascalzoni,

e solo con quelli

perdono la testa.

Che gli altri, pronti,

neppure a un cenno,

alle intenzioni

contino infine

come soluzioni.)

"Ma apriti con noi.

Cosa ti manca? Lascia

che ti consiglino

i tuoi cari".

… sì, di quei lampi

lividi, che si propagano

come capillari

sulla pelle bianca.

La credenza

e i pensili finto legno

alla parete, nella stretta

cucina. Il lavello

sotto la finestra

e il frigidaire che occupa

un terzo della porta.

"Il tempo passa in fretta.

E tutto… Pronto. Invecchia…".


La fetta del melone

quasi si scioglie:

è piena, fatta

al punto che si deve.

Lascia che slitti

sulla lingua,

pensandoti frattanto

in tutta crudeltà

al posto di comando.

(Ama un’idea di sé,

vive di quella

e delle sue invenzioni.

Dei suoi fantasmi,

della sua gloria.)

"Per te, lo so,

non conta, non è stato.

Con quel che abbiamo

lavorato, io e tuo padre".

(Riservato e un po’ introverso

inappuntabile, a vederlo,

ossequiente di ogni autorità.

Lui che risponde serio:

"Ma si figuri, per carità".

Elegante, sì, e gentile

molto discreto sempre

accolto ovunque con favore.

Sia pure ma… lontano

fuori scena, lui si sente,

neppure poi in agguato

e più in difesa, quasi

del tutto assente.)


 

Per amore o per forza

"Il primo amore, sì, può essere l’ultimo, Signora Napier".

"Ti sbagli. No, mia cara, non è così".
Ivy Compton-Burnett

"Solo il tiranno parla d’amore".
Norman O. Brown


"Sei arrivato, finalmente.

Come mai? Dove sei stato?".

(E non gli serve

tenersi più occupato.

Non riempie il vuoto

un gesto, e appena

lo può fare o solo

corrugarne di ombre

il falsopiano, il nome

dell’assenza: l’oggetto,

nel frattempo, delirato.)

"È inutile, perché

non vuoi capire".

"Quello di una madre

è il solo a non finire".

 

"Uno si sente, a un tratto,

così, fuori di sé".

 

Fermo, sotto cristallo, nudo

cova l’attesa

secco

crudo gelo di distacco

guscio che cela il tenero

lastra blocco che,

intanto,

crepa. Ecco,

non più paralizzante.

Goccia dopo goccia, perde

si fa rivolo

torrente.

E, intorno, a distesa

gonfia, scoppia, si confonde

e dai tagli

versa

della ferita sanguinante.

In movimento, in corsa

colmo fino all’orlo

trabocca, incontenuto,

spande.

 

"Dirà che non è vero,

che le era sembrato.

Che ha sbagliato".

 

"Non stai più a casa.

Come sei cambiato…".

 

"Perché me, poi?

Perché gli piaccio, spero".

 

… e non ci sono

scuse, non c’è

rimedio vero.

 

La stanza è stretta

e lunga,

con le persiane

sempre chiuse.

 

"Ti piaccio, allora io?

Dimmelo ancora".

 

E pur incerto batte,

fedele, le sue rotte.

Incespicando al buio

in mezzo a fumi e nebbie,

senza sapere niente

dell’oggi e del domani.

È fatto di richiami,

di gridi e di segnali

che ci si lancia andando

come i salvagente.

 

"E non ti stancherai

di me? Neppure quando…".

 

(Non si abbandona, no.

Sempre, è presente,

e chiama entrambi

alla pronuncia continua

di conferme.)

 

La lampada a muro

è fioca: le ombre

si allontanano

le une dalle altre.

 

"Abbracciami. Dai,

stringimi forte".

 

A ciò che instabile

trascorre, precipita di là

oltre il versante

e schioda, rompe i margini

confonde e impasta

in uno stesso magma

indifferente,

a ciò che a poco

o a niente basta per sé

per un esatto stato

e ruolo di persona,

che non ha spazio e tempo

che non ha storia

se non di un passo

di breve volo,

si oppone l’incrollabile

il solo impegno

la certezza

di cosa non saputa

non veduta.

 

… sentire di appartenere

a qualcun altro, e che

qualcuno ti appartiene

per sempre, in esclusiva.

 

Un desiderio di durata

di tenuta, a tutti i

costi, di resistenza

premeditata al vuoto.

 

"Ma perché, intanto,

interessarsi a me…

Cos’ho? Che valgo?

Che non trovasse di meglio

in qualcun altro".

 

Libri a terra, sparsi

e pile di quaderni

dietro la tenda

contro il muro.

 

"Staremo sempre insieme.

E ci diremo tutto".

 

Lo stato di servaggio:

una specie di cintura

cui si tende, tanto o poco,

cui si aspira per paura.

Che si impone, proprio

mentre si subisce.

 

"Testa, se fa sul serio.

Se mi vorrà per sempre.

Croce, se è solo un gioco

che finirà".

 

… un dubbio, a

tradimento,

ti colpisce.

 

"Ma sì, vedrai,

mi lascerà.

E questione di tempo:

quando si sarà tolto,

finalmente, la voglia".

 

La libreria

ingombra lo stanzino

e, contro la finestra,

forma una nicchia

per metà nascosta.

 

(Diventano, per lui,

mitologia. Gli inneschi

di un destino che,

di continuo pensa

con timore, poteva

non aver risposta.)

 

"Mi prendi in giro?

E, allora, quanto?".

"Tanto, sì. Di più.

Infinitamente. Da morire".

 

Nell’uso suo corrente,

si misura a ore.

Eppure, va a finire

che se ne dà un valore

indefinito, di tesoro,

di spazio d’anni luce…

 

… ancora

mi nascondo

dietro il muro

di luce, frutto

del sogno.

 

"Tu sei diverso,

unico al mondo".

 

Chiamato in causa

tenuto, inafferrabile,

goduto, declamato

nel suo essere tutto.

 

"Così non vale.

Non ti rispondo".

"Ma se dovessi

scegliere davvero…".

 

Il vecchio parquet

del pavimento

odora di lucido

e crepita in continuazione,

ad ogni movimento.

 

"Se sentono di là…

Aspetta. Dai, ho paura".

 

Insieme. Tenendosi piano

sul corpo svelato

al tatto, al gusto

violato

dall’occhio, da mano.

Un senso perduto

ripreso,

in lenta caduta

di peso, si lascia

di volta

in volta, si piega

si rende al suo volo.

Nel fondo, nel morso

distesi

slittati, confusi

arresi alla stretta cintura.

 

Bellezza, sì lo so,

tu sola esisti.

 

(Eppure, la cancella.

Vorrebbe che non fosse

la cosa che di più

lo attira in lei.)

 

"Ma cosa pensi, tu,

di me, poi, veramente?".

 

(Rimane sconcertato

di fronte alla pretesa

di avere in sé presenti

i suoi pensieri.

Teme di non essere

del tutto ricambiato,

che lei trascuri

la più assoluta dedizione.)

 

Lo stuoino di corda

è tra la sedia

e i piedi del tavolino,

fin sotto ai tubi

del radiatore.

 

"Cos’è che hai?

Non vuoi? Non ti va più?".

 

Avviene di sovente

per norma o per errore

che ogni essere vivente

in stato di accadere

sia condizionato

nelle sue funzioni

dalle sensazioni

di dolore o di piacere.

 

"Niente, ti dico,

Non è che mi rifiuto".

"Ma non rispondi…

Vedi, resti muto".

 

"È incredibile, però

mi sento sollevato

appena uscito,

appena l’ho lasciata".

 

(Lo incalza l’ansia

di stare alla presenza

del corpo amato

ma, dopo averlo visto

e più e più toccato, è

con dispetto costretto

a riconoscersi saziato

e già con il pensiero

è scivolato

all’atto di lasciarlo

per essere di nuovo

sul punto di trovarlo.)

 

"Strano, eppure

è vero il sollievo

che provo, per un po’,

appena se ne è andato".

 

… così, aperta

gonfia, illividita,

anche se non più

del tutto sanguinante,

la ferita.

 

La parete trasuda

umidità:

è tutta ruvida

di croste

che fanno sollevare

i quadri.

 

"Dai, metti la tua

nella mia mano".

"Eccola, presa nel

laccio che la tiene".

"Giura che mai, per

nessun’altra, la lascerai".

 

L’assedio di Costantinopoli

Traduzione:        

 

"Pensate che vi nasconda qualcosa, o miei discepoli… Ma non c’è nulla ch’io non dica, in verità".
Confucio

"Ho avuto cattivi maestri. È stata una buona scuola".
Arnfrid Astel


… l’orrida caverna,

piena di buio

di punture agli occhi,

della nostra incertezza

sui bersagli.


Un orizzonte aperto

che non tocchi,

di cui ti sfugge

il giro e la distanza.

 

"Oltre le terre note

pensavano che fosse

la sede del popolo

beato…".

 

Ci hanno già provato,

col vino con le risse

con l’amore.

Ma si consumano di inedia:

non lasciano

il confine della stanza

non passano le porte,

per accidia per timore

o noncuranza.

 

(… che gli riesca

di rendere a parole

lo stato di attesa

e di mancanza,

che abbia un rilievo

sia pure nell’assenza

ciò di cui si teme, ogni

momento, l’inconsistenza.)

 

In tanti, muoversi

ma ognuno per suo conto

fino a notte

sulle carte sulle rotte…

affrettare il passo

verso l’alto

al traguardo, a chi arriva

prima sulla vetta.

Ma dalla cima

in basso

offusca la veduta

una caligine sottile.

 

In nero logoro,

le mani un po’ lunari

aggrappate al suo bastone,

il vecchio il santo

il maestro di pensiero

attorniato dalla corte

di muti maggiordomi

di prelati che

gli fanno il controcanto.

 

(Qua, si rende

conto, non è venuto

tanto per l’università.

E un’altra idea, in fondo,

di spazio e tempo,

un ribaltamento

del passato

La curiosità. Qualcosa

che magari, di lì a poco,

se anche lo lascia

per ora stupefatto,

si perderà.)

 

L’ingresso è un lungo

scatolone.

La poca luce

gli viene dal cortile.

E tappezzato, il muro,

di disegni: teste

del Che e stelle

a cinque punte

e, ripetuto, con vernici

rosse e nere:

NEL CUORE DEL POTERE.

 

"… di tutti conosciamo

lo sviluppo.

Solo quello di Nausicaa

resta incerto.

Di lei sappiamo, solo,

che era vergine.

Ma durerà? L’amore o

il caso o la ragion di stato…".

 

Mentre pronuncia

a piena voce

le ben studiate formule

la sua lezione

e alza l’indice

e modula ridendo

dalla parte, presume,

della ragione.

 

(Paura di ciò che attende

ma non per sé da solo,

per lei… che poi

l’incontro con la realtà

non muti e adulteri

la loro unione o che,

magari, le consegni di sé

un’immagine inferiore.

E, ancora, gelosia

che lei si esponga.

Tacendo, ambiguamente,

l’intenzione

di scegliere per lei.)

 

La scala è ampia e buia.

In giallo ocra denso

a macchie d’umido,

istoriato variamente:

IL POPOLO IN ASCESA,

BASTA CON LA BIBLIOGRAFIA,

OPERAI E STUDENTI,

MORTE AGLI AVARI

MANDARINI DELLA BORGHESIA.

 

L’idea, ripresa, di

dare ordine la mondo

di insistere, alla

ricerca del segreto.

Che sia soltanto

questione di pazienza.

Ma ci risparmi

una fatica…

La pretesa

di chiedere conto

ai libri, alle scritture.

 

Muri spessi di volumi

e polvere e assestarsi

di legni,

intorno.

Voci e passi, in basso

al tavolo

sospesi,

fruscio di pagine

e gomiti e bottoni.

Rumore in lontananza

trattenuto

respinto fuori

da barriere di carta.

Flussi, correnti di energia

da un polo all’altro

rimbalzando dalle pagine

ai corpi chini sui ripiani.

A piombo

in bilico

a pescare, su plichi

elenchi rendiconti

di un mondo concentrato

chiuso in scatola

spremuto, distillato.

Tutto bloccato

o in lieve movimento

di alghe e pesci

nell’acquario,

fino al tonfo del libro

al crollo della sedia

allo starnuto.

 

… nonostante lo sforzo

che c’è stato, ad

ogni passo, violando

le ragioni, spazzando via

le prese più sicure,

non resti niente.

È tutto cancellato.

 

Amor che a nullo

amato amar perdona…

Ma non dà conto

non appartiene, non

funziona, se non

come rumore

e suono puro

che non rileva altro

e dà piacere

nel pronunciarlo a sé

nel triturarlo

tra le labbra.

E… la memoria

cede, viene meno.

 

(Gli capita, gli è già

accaduto, di credersi

o solo di sperarsi

uno scrittore.

È cauto e irrigidito

in questa esplorazione:

si ausculta e, mentre

aspetta, teme. Sì,

ha paura del responso.)

 

"… che sia un errore,

dunque, e sbagli a ritenerla

l’unica espressione".

 

È un attestarsi

qui, del resto

come altrove,

sopra i dettagli.

 

La sala è stretta

e sobbalza ogni volta

allo scatto della porta.

È un corridoio

diviso in stanze,

con le finestre

al pavimento.

 

"… da questi

ras di regni minimi

coi loro harem

scribi e pretoriani".

 

… stretta oramai

da tutti i lati,

ridotta a poche miglia.

Venne investita

per terra per mare

da orde innumerabili

da una flottiglia…

 

Non era il corridoio,

il collo di bottiglia

delle Termopili.

 

Mani che serrano

una gola livida,

invano palpitante.

Sugli occhi, da una parte,

torri e cupole dorate

oltre le mura.

Dall’altra…

 

Niente ricordi,

no, senza parole

di fronte alla paura.

 

La caduta. L’assedio

di Costantinopoli.

 

L’idea, a tratti,

che conti quello che

è già stato, il resto

dei tempi, l’ordine

più apparente che…

il risultato:

arrendersi alle cose

come sono, al

loro inerte moto, per

reggerne e coprirne,

almeno, il vuoto.

 

"Sopra la luna

è il regno del divino

e, sotto, quello

umano e demoniaco.

Dall’etere alla terra

il corpo si fa

sempre più pesante".

 

(Non crede, in fondo,

al taglio netto.

La negazione gli va bene

finché sa scegliere.

Ma i limiti richiesti,

le bende agli occhi

e alla memoria…

Non può coinvolgerlo

l’azione che pretende

di illuminare il mondo

e finge e tace per una

verità presunta,

per la fede.)

 

Il grande corridoio

non prende luce.

Ha neon e panche

lungo le pareti

e bassi termosifoni.

Scritte di vernice

tutt’intorno,

su cui campeggia:

NON GREGARI MA

SOGGETTI DELLA STORIA.

 

"Occupazioni principali,

magari non ci avete

mai pensato, di tutti

gli ordini sacerdotali

erano, sì, ogni giorno

di preparare il pranzo

per gli dei

e poi mangiarlo".

 

Ridurre assottigliarlo,

in progressivo affinamento

e poi lasciarlo andare

a fondo, bancarotta

e così sia. Ma…

non è, poi, la via

neppure questa.

 

(Teme che, restando

in posizione di difesa

di fronte a molte cose,

non si riesca a dirle

per ciò che sono

e che si possa farlo

solo lasciando, tra sé

e loro, il campo aperto.)

 

Prodotti notevoli

"… sì, le sublimi massime promuovono alla vita"
il Ministro della Pubblica Istruzione

"Non siamo noi che riusciamo a cambiare le cose conforme al nostro desiderio, poco a poco è il nostro desiderio che muta".
Marcel Proust


"Sta’ attenta. Cammina,

non perdere tempo.

Li hai fatti, i compiti?

Hai finito di studiare?".

"E poi…"

"Non andare in giro.

Non fare l’oca".

"Uffa".

"Non comportarti male".

 

"Sì, sembra un fantasma

a quest’ora".

"Una carcassa di nave".

 

Luce in specchio e maniglia. Ma

nell’opaco fondo dell’armadio,

come stipato in sé ravvolto

e inanimato, accatastarsi in pieghe

di candido bucato,

a liste a rullo a serpentina

contro il secco compensato

maleodorante a scaglie scricchiolante,

come bardato a festa

e preservato intatto nel tragitto

fermo rinchiuso in cellofàne

contratto,

spoglia substrato palafitta

di formule e figure vane

di replicati modi di gincane,

vuoto involucro

rugoso palloncino sgonfiato

intonaco crollato manto

senza scorie disossato,

di sé pago e contento, che

ma libra al vento

gonfia sbuffa si attorciglia

mostro grifo aquilone

panno chiglia di fantasma,

latte pallido perlato

bianco luce,

in cera molle corpo

preso lasciato.

 

"… l’impegno, nell’affidarle

la nuova gente, il monito,

l’esortazione del poeta:

tempri dei baldi giovani

il confidente ingegno".

 

La tenda è secca

per la polvere,

dai vetri sporchi

la luce passa sui muri

pieni di crepe.

 

"Delle volte mi chiedo

cosa stiamo a fare".

"Sembra che ti scappi

quello che credevi di trovare".

 

(… sed lex. La disciplina

è dunque indispensabile.

Se i soldati non obbedissero

sul campo al generale,

la sconfitta nel caos

sarebbe inevitabile.)

 

Le lampade pendono giallastre

dal soffitto

e i banchi sono zoppi

con i piani tutti segnati.

 

"… il senso è cogliere

staccare, strappare.

Si dice di fiori e di frutti,

di api che succhiano il polline.

Di chi si gode la vita

ma anche ne è consumato.

Trascrivete, in margine, le voci:

carpo carpsi carptum carpere".

 

"Ti viene voglia d’essere

in altri posti, intanto".

"… che tutto corra

e passi, per te, d’un tratto".

 

Le ragnatele coprono

le griglie polverose

dei grandi termosifoni

arrugginiti.

 

"Parlare di ciò

che sempre è stato detto".

"Di libri che, poi,

nessuno ha letto".

 

"… no, che non basta.

Non siate pigre. Tema:

Facendo ogni opportuno

riferimento…".

 

sono tutti d’accordo

che il mondo è cambiato

e che lo studio è diventato

il problema numero uno

per la gioventù.

 

Oggi, con le macchine

e col progresso della scienza,

l’ignorante è spaesato

nella civiltà moderna…

 

… di noi

quando saremo grandi,

cosa faremo mai

che cosa non faremo.

Il tempo stringe sempre più.

 

… per ritrovarci un giorno

a nostro agio, spero,

nel mondo in cui vivremo.

 

"L’ho visto ieri

uscendo, sai, da scuola".

"Lo saluti, lo fermi,

ci scambi una parola".

 

A terra, involti scuri

di lana e di capelli

levitano ad ogni passo

lungo le pareti.

 

"Non mi riesce di fare

un discorso con loro".

"Ognuno si tiene per sé

i suoi pensieri".

 

La lavagna è ripiegata

contro il muro.

Il nero della lastra

non è più netto

e una polvere di gesso

sta sui bordi.

 

Polvere pulvis polvere,

nembo di polvere.

Polvere su cui tracciare

il segno labile.

In solem et pulverem

producere doctrinam.

Polvere ed ombra.

Pungere levigare scuotere

dal cono di luce in fermento

al mescolarsi intorno

nell’apertura della porta.

Molestia e peso lasciati

all’alito dell’aria riscaldata.

In polvere il granello

che fu il principio.

In polvere il granello

che inceppa il meccanismo.

 

"Appare strano, capisco

come sia, e un senso di noia

vi prende alla lettura. Ma

è solo questione di tempo,

sì, parola mia…".

 

Nell’ombra dell’aula

dietro alle altre, nel fondo,

si pettina e ride.

 

"Pensavo che solo a me

accadessero certe cose".

"Finché qualcun’altra

non te lo dice".

 

"Che c’entra! Il punto,

affronta la questione

e dai dati che hai in mente

componi il quadro esatto

della situazione"

 

(… fattore decisivo

per la formazione, sempre,

del carattere morale.

Il giovane discente

rifletta e non sottragga sé,

nel processo educativo,

al contributo

che è essenziale.)

 

"Sta’ a casa. È meglio.

Dov’è che vuoi andare?".

"Dove mi pare".

"Guarda di non pentirti,

qui ti vogliamo bene".

"Questo, che c’entra".

"Fuori il mondo è cattivo

tu che ne sai…".

"Voglio vederlo io".

"Qui non ti manca niente".

 

"Non sento cose simili

a quelle degli autori".

"Forse è gente strana,

lontana troppi secoli da noi".

 

Scrivono in fretta qualcosa

sul quaderno, ridendo,

e lo rileggono insieme.

 

"… ogni intenzione, la volontà,

nell’imminenza di un accadere.

Anche destinazione, necessità.

Capite? At tamen fiet

quod futurum est".

 

Le appoggia il mento

sulla spalla e ride ancora.

L’ombra è più fitta

durante la lezione.

 

Dal panno dall’ombra

impercettibile procede,

appiglio e spettro

indizio parvenza lieve,

la larva lattiscente

di quello che sarà.

All’ombra lasciarsi

come in bilico

da cui scorgere luce.

Scuotersi riprendere

nel lento stato di contatto.

Dolce liquore elettrico

linfa disciolta.

Svolge e ravvolge sé

spinge e rincalza

lo scuro desiderio,

il senso di un evento

che non si compie mai.

 

"… la regola? Vediamola

applicata e avrete, allora sì,

fissata a fondo la lezione".

 

"So da come mi guarda

quello che vuole da me".

"Mi basterebbe, una volta,

sentirgli dire che è incerto".

 

Si intreccia i capelli

e, abbassando lo sguardo,

lascia cadere a intervalli

la penna sul banco.

 

Padre potente

arbitrio comando

signore che prende

che regge le fila

che muove e sostiene

dominio e licenza.

Padre che è assente

Sole lontano

ignoto mestiere

enigma che incalza

diverso e straniero

limite termine fine.

Padre splendente

pensato e sognato

tenuto soltanto per mano

guerriero tornato

per poco disposto a restare

giocare parlare una volta

babbo papà.

 

"È qui, studiando

imparando le regole del gioco,

che avrete modo di sapere

e di affermarvi nella vita".

 

"Non sanno che dire,

un giro di poche parole".

"Ripetono ancora le frasi

che ho sempre sentito".

 

"Non ci pensare. Stai solo

male: sei stanca, esaurita".

"Ma se sto bene… Son

cose mie. Falla finita".

"Tutte manie. Vedrai che,

con una cura, ti passerà".

 

La madre sorride

fra i giri di parole

nel sole che di sera

ristagna sulla polvere

dei banchi.

 

"È tutta per la scuola

la bambina".

"Vale per una donna,

darle un’infarinatura".

"Prima di tutto, metto

la disciplina".

 

Nell’aula fonda,

dal gruppo incerto delle figure,

si guarda in giro

con aria di complicità.

 

"Sono ragazzi e vogliono

certezze per il futuro".

"Vedrà anche lei

se avrà dei figli mai".

"… non lo direi, ma

sta benissimo

con lei, glielo assicuro".

 

“E ancora una bambina

Con quello che succede

oggi nel mondo".

"Le ho detto sempre

di non esporsi".

"Che non si metta in mezzo

a certe cose".

 

Poche parole in fretta

e un riso secco,

mentre la luce annega

inghiottita dal soffitto.

 

"È una questione,

ecco, di buonsenso.

Dia retta a me:

quello che conta,

permetta che glielo dica

io, è l’esperienza".

 

Madre matrice

guscio da cui si spoglia

il viscere

vulva oscura caverna

madreperlacea conchiglia

fodero guaina.

Madre matrigna

nodo filo di ferro

corda ritorta

capo di gomena

cavo canna filo di rame.

Madre madrina

palo a cui tiene la serie

base puntello

bacchetta che guida

remo spranga timone.

Annaspare nel filo

tendere frangere

districare l’involto.

 

"A che vale?

È un esercizio pratico

del tutto naturale.

Anche il solfeggio

è noioso ed uguale,

ma se si vuole

imparare a suonare…"

 

S’apre la porta

ed entra un bidello

con la circolare.

 

(… non solo garanzia

di pace per l’Europa,

suggello di eterna connessione

di vite e di destini,

in una storia sola

e in una civiltà.

IL sogno di Mazzini…)

 

"È uno schifo… senza

fame. No, non mi piace".

"Mangia, che ti fa bene.

Che avete fatto a scuola?".

"Quando… Stamattina?

Niente, uffa. Una scemenza".

"Come niente. E stai composta.

Sbuffa, sì, la poverina".

"Al solito, le stesse cose.

Non mi va, non lo voglio".

"Manda giù, stai diritta

Lo fai apposta? Più vicina".

 

"Che condizioni, allora?

Come, quando, perché…

Non puoi ignorare il modo

e non sapere le ragioni".

 

La classe è buia:

dai globi opachi

le luci non scendono

che a mezz’aria.

 

"… magari

anche più bello.

Cercate, per capire,

l’esatta formula di dire".

 

Apre il quaderno.

Guardando la compagna,

legge senza respirare.

 

"La vita è una palla:

la immergi e torna a galla".

 

"La vita è vagabonda

e va senza intenzione".

 

"La vita è acqua sporca.

È tutto e non è niente".

 

Vita vivente stato

patente latente

azione funzione

diaframma del nulla

dal nulla

muscolo diastole.

Vita vagante stato

incitante inibente

azione ragione

nesso catena

muscolo sistole.

Vita fluente stato

stagnante corrente

azione scissione

parte mischia miscuglio

combinazione.

 

"Sa, il programma…

C’è un piano superiore.

Niente nasce da niente".

 

"Arrivederci, allora".

"Buongiorno, professore".

 

La fila degli attaccapanni

rotti, nel lungo

corridoio. Le carte

e i mozziconi, a terra.

 

"Te ne sarai accorta,

anche tu, che è strano".

"Piano piano, ti senti

in parte, così, diversa".

 

Piena che porta

che piega che smonta

da sponda a sponda

che cala che salta.

Onda che prende

che piomba e dilaga

che versa che fonde

che spande

che dissipa avvolge

congiunge.

Galleggiando fluttuando.

 

"È un mare grande

e ci si naviga ogni giorno".

"Finché non trovi

un po’ di terraferma".

 

"Dai, sbrighiamoci

che è tardi".

"È tardi, un corno!

Con quello che ci aspetta…".

"Chissà che non sia assente

qualcuno stamattina".

 

All’infuori del corpo

"C’è, nell’uomo, una tendenza naturale ad allontanarsi dal corpo e a rimuovere da sé le sue funzioni".
Jonathan Swift

"Ha il nostro corpo questo difetto, che più gli si prodigano cure e conforti, e più scopre necessità e bisogni".Teresa di Lisieux

 

"Sarebbe, quindi,

tutto un grande errore".

"Non so se un caso o

un piano superiore. Ma,

certo, nel difetto e

nel dolore".

 

L’ignoto arretra

un passo e avanza

all’infinito.

 

"O, almeno, l’impressione

di un oblio… Che so,

di un annegare".

"Che cada a fondo

smarriti gli orizzonti,

e corra via".

 

Pare che al mondo

non ci sia una storia,

che manchino contorni

definiti, che tutto

avvenga, da un certo

punto almeno, per inerzia

o per pressione di un vuoto

che acquista moto e spazio

nel procedere dei giorni

fino a farsi pieno.

 

"Attento, si capisce, a

dove vai. Segui la pista

senza cedere agli abbagli.

E non vale se sbagli,

meno che mai nel noto.

Perché il mistero

vero è proprio in

ciò che è a vista".

 

… se non si perde,

neppure si conquista.

 

È vuoto è nulla

il tuffo non finisce

ombra da ombra

tiene

il corpo non risale

voce dall’acqua

spinge

di sé ciascuno

stringe

la parte che ne affiora

e finge il resto immerso

ne cuce i lembi

ai bordi della falla

ne immagina la forma

che viene e non ritorna

dentro sangue e fango

in essere disciolto

e su dal fondo

solo capovolto

nel più profondo

inter

urinas et feces

sotto una luce stanca

per ferri e garze

fuori a galla

nascimur.

Dentro lo spazio

di teoria,

identità (la mia?)

risultanza

quasi d’anagrafe.

 

Vita: stato di

confusa situazione,

tentata relazione

tra un oggi

invano organizzato

e quel che ieri ha teso

ineludibile tracciato.

Strazio di gesti

e di intenzioni,

compromesso di parole

vissuto e mai accettato.

 

 

(Non si vede né

giovane, né vecchio,

non sa se bello

o brutto. Si

avverte come ingombro

oppure si scompare

quasi del tutto.)

 

Controlli, indugi,

attese a non finire

prima di spiccare

finalmente il salto.

 

… così, sul declinare

andante, sul filo

di quell’onda…

 

"Fino a scoprire

che poi, di là,

non c’è la sponda".

 

È la cancellazione

progressiva delle

presenze care o note,

il conto che comincia

a non tornare. Il

margine sempre più

sottile, man mano

che si fanno falle

e vuoti tra le file.

 

"Del resto, è

naturale l’insoddisfazione

che ti assale".

 

… per quello che

hai pensato

o nel ricordo

del già stato.

 

(È che non ama

gli squarci di natura

se non da fuori

del palcoscenico,

da un giusto osservatorio

almeno per il poco

che si possa

presidiato.)

 

"Quasi dovessi

renderla migliore".

"Perché, in effetti,

è sempre deludente".

 

Nel senso della fuga

e dell’assenza, del

marcio e dell’oscuro,

del regno perso

appena conquistato,

del porco che si gonfia

ed è sgozzato, del

mucchio di neve

sciolta in niente.

 

(Ossessione di sporco,

di viscido, di scuro.

Dei ragni, ha orrore

solo a vederli,

degli insetti.

L’idea di un contatto

gli mozza il fiato,

è come se picchiasse

contro il muro.)

 

"Capita a tanta gente.

Con l’illusione, sì,

o la speranza

di una soluzione".

 

Si incontra a volte

uno di quei passi:

tunnel, corridoio

tra il dentro e il fuori

tra il pieno e il vuoto.

Pozzo, cono di vulcano,

precipizio. Gola, così

pare, di frontiera.

 

… lo sguardo fisso

nell’ignoto, il tono

abbandonato, lo scatto

incontrollato di un

labbro rosso vivo

sul volto di cera.

 

Un soffio che respira

su ogni cosa,

una condensa di

fiati e di sostanze

in decomposizione,

un alito di morte

che si posa

in lenta umida lievitazione.

 

"Guardi, sarà

come lei dice.

Comunque, ci si annoia".

 

 

(… nonostante l’ambiente

gli faccia preferire

discrezione e gli

abbia imposto quel tanto

di buon gusto,

vizi borghesi.)

 

La cosa fastidiosa

è che accada anche

quando non ci siamo

e, presi intanto

dentro un’altra storia,

non ce ne accorgiamo.

 

(Lo sa, gli piace

sarà il suo modo
tutto di testa —

che lei tenga le scarpe,

almeno una, questa

col tacco a punta

che si porta dietro:

toccarla, intanto,

sentire che lo calpesta.)

 

È un senso strano…

"Dai, gratta

con gli artigli!"

di presa e di potere,

per tenerla in mano.

 

Lo stato di piacere

in cui, da fermi,

si segue con lo sguardo

qualcuno in movimento

più lontano.

 

Col gusto, sì,

col tatto e con la

vista, con tutta la sua

testa, mani e labbra

e pelle… insomma,

con il corpo ma

all’infuori del suo

corpo.

 

(Uniti, ancora

e sempre, sulla scena

che si avvera.

È dal dottore

con cui tradisce

suo marito.

È la cameriera

con cui se l’intende

quando è uscita

la signora.

Incline, lui, e

pronta, lei, insieme

a recitare la commedia.)

 

È la parte detta

e, dicendola, violata

quella che conta.

È ciò che è consacrato

a farsi per istinto

l’oggetto bestemmiato.

 

… morde, la tigre,

e graffia. La lingua

che scivola via.

 

Ti voglio mia,

fedele a me in

assoluta dipendenza.

Disporre di tutta

la tua vita,

senza misura.

Anche se è contro

la ragione, anche

se sento che è

un inganno, per paura,

e una violenza.

Sia quel che sia.

Sarà il disturbo

di qualche interferenza,

effetto dell’amore

che non può prendere

del tutto, ma che

impedisce di lasciare.

Necessità di presidiare

un fianco, con la

conseguenza di

tenere senza essere

disposti per intero

ad aderire. E, poi,

il peso scettico

di fronte all’evidenza

che ti assale, che

comunque e sempre

tutto sia destinato

a finir male.

 

"Si può riuscire

a scriverla, sì, a

trovarla… la verità

presunta delle cose?".

 

Il cavaliere bianco

alto, irripetibile

singolare.

 

Accade senza piani

per una somma

incalcolabile

di forze in campo,

la sorpresa, la chance

di un altro corso,

la discesa da spazi

più lontani,

l’intersezione

nello stesso punto.

Ma sempre senza

il tempo o il modo

neppure di

attaccar discorso.

 

(È un posto, questo,

in cui è già stato

e in cui sarà

chissà quante altre volte.

Se non ci fosse lei,

sarebbe un’altra

a fargli eco.

È, qui, la soluzione

magari anche imprevista

cinica e crudele,

nell’ammissione che

la scena possa

mutare le comparse

e che si dicano

con eguale convinzione

le stesse cose

a più persone.)

 

"Sembrava tale che,

non so, per sempre…

decisiva".

"In una, avresti

detto, eterna

connessione".

 

Andando, si ribalta

è noto — la prospettiva.
E, stando fermi,

sfuggiva in pieno

che è una questione

solo relativa. È

il moto, sì, che

mette in relazione

con le cose e… fa

presenti le distanti

e le vicine subito

vacanti.

 

(È all’improvviso,

dentro al tunnel

nell’aria morta

che pizzica alla gola.

Tutte le volte

che c’è già passato…

Eppure, no, non vale.

Che lo ricordi,

lo anticipi una sola.

Picchia nel muro

e lì si rende conto,

dentro il percorso

cieco e uguale

specchio di sé
a una sua spoglia —,

di ciò che è stato

di come, in fondo

e contro ogni sua voglia,

lui sia cambiato.)

 

Così, spontaneamente,

pretende ognuno

di ritrovarsi al posto

che non ha. La parte

che gli è data dilegua

di fronte a quella

immaginaria.

 

… il carico soave.

Precipita però, la piuma,

come piombo nell’abisso.

 

All’improvviso, l’idea

di un vuoto, senza moto,

del nulla, dell’assenza

di un segno o di una traccia,

agghiaccia il sangue e

fa tremare mani e voce.

Nel punto estremo e,

ormai, non più lontano:

alla foce del fiume,

a un passo, ad una spanna

dalla frontiera, chi c’è

o cosa… che mi salvi

dal salto, dalla condanna.

 

"Così, dall’alto

scesi a un compromesso".

"Col sogno dell’accordo

in perfezione".

 

Eppure, intanto,

arresi all’evidenza

di andare navigando

alla deriva.



  Paolo Ruffilli Mail: paolo.ruffilli@tin.it