Bibliografia Interviste
Antologia
della critica
Paolo Ruffilli è nato a Rieti nel 1949, ma è
originario di Forlì. Si è laureato in lettere
presso luniversità di Bologna. Da più
di ventanni, collabora alle pagine culturali de
"Il Resto del Carlino". Vive a Treviso dal 1972.
Fa il consulente editoriale. Dirige la collana di poesia
delle Edizioni del Leone di Venezia |
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ANTOLOGIA DELLA CRITICA
RUFFILLI MUSICISTA
L'idea di promuovere il varo del nuovo libro di Paolo
Ruffilli La gioia e il lutto (Marsilio, 2001) mi riempie non
solo di piacere, ma di orgoglio; perché ho seguito tutte
le fasi della elaborazione del testo, le successive stesure
fino alla versione definitiva che troviamo stampata in queste
pagine. E, da testimone del lungo lavoro dell'autore, devo confessare
prima di tutto a me stesso l'insieme di interesse e di stupore
che mi ha accompagnato negli anni seguendo la composizione di
questo La gioia e il lutto. Sì, l'interesse coinvolgente
per le tematiche della morte e del morire, della sofferenza
e del dolore, dell'ottica deformata secondo la quale i vivi
osservano e accompagnano chi muore; e lo stupore, intanto, per
il modo fresco e originale che Ruffilli teneva nell'affrontare
argomenti apparentemente così intrattabili (e improponibili)
per la loro condizione usurata e banalizzata dalla pubblicistica
corrente e corriva, dall'approssimativa pratica dei nostri tempi
anche nella stessa scrittura creativa in versi o in prosa.
Alla iniziale proposta della prima stesura di La gioia e il
lutto da parte dell'autore, guardavo le pagine dattiloscritte
con scetticismo prima di cominciare a sfogliarle, pur essendo
uno dei "lettori di confronto" di Ruffilli per i suoi
testi di poesia che mi ha sempre sottoposto prima della pubblicazione.
Il poema mi ha subito preso: non mi aspettavo questa intensità
e questa verità.
Odio il genere "compianto" o "lamento",
ma La gioia e il lutto è tutt'altra cosa. È un
entrare nelle ragioni della morte, fino a elaborarla, fino a
lodarla (nell'ultima parte del testo). Quello di Ruffilli è
un poema di speranza anche senza essere consolatorio: proprio
perché non è consolatorio. C'è un modo
di essere anche senza vivere. Io, ateo totale, ho apprezzato
molto il significato religioso di questi versi, confermandomi
nel sospetto che l'ateismo sia la condizione necessaria per
la vita religiosa.
Da un punto di vista critico, la prefazione di Pier Vincenzo
Mengaldo dice quasi tutto e c'è poco da aggiungere. Concordo
sulla natura sincopata di questa partitura antimelodica. Lo
sciorinarsi di questi versicoli mi convince: sono come il sottofondo
musicale di una preghiera, qualcosa che non fa resistenza, che
evita le insopportabili esibizioni dell'espressionismo. La partitura
musicale è, del resto, la chiave per interpretare la
poesia di Ruffilli. La sua riconosciuta "leggerezza"
è l'effetto e la virtù di una misura appunto musicale
che consente all'autore qualsiasi scelta proprio perché
per via di musica ogni sua scelta si traduce immediatamente
in una soluzione. È la musica che consente a Ruffilli
di dar voce felicemente a qualsiasi tema e argomento di cui
voglia parlare, anche il più ostico e apparentemente
impronunciabile. È la musica che consente dunque di pronunciare
le cose più ardue, rendendole semplici e coinvolgenti.
Il poeta Ruffilli è un grande musicista e trascina nella
sua musica sempre le cose che contano, parlando insieme al cuore
e alla testa.
Quello che soprattutto mi interessa sottolineare in conclusione
è che non mi accadeva da molto tempo di leggere una poesia
così emozionante, così forte e angosciosa. Il
libro di Ruffilli è di quelli che non ci lasciano tranquilli,
anzi vengono a incunearsi nella nostra mancanza di tranquillità
per restituirci paradossalmente slancio vitale.
Bellissimo libro.
LUIGI BALDACCI "poetry
in Florence", febbraio 2001, poi in POETRY ONLINE maggio
2001
POESIA DELL'ANTIFRASI
Sappiamo da Blanchot che lo spazio della scrittura è
spazio di morte. E Ruffilli può essere preso come caso
singolo e singolare del modo in cui la lettera poetica sempre
si dimostra lettera della trafittura, dopo essere stata per
un attimo più o meno prolungato lettera della luminosità.
Nel riscontro che la sua poesia crea con le foto che ne sono
il punto di partenza, ma in qualche modo già anche
il punto di arrivo. In una atemporalità perplessa e
allucinata che è quella della Fotografia, la cui evidenza
conta non dal punto di vista della nostalgia-piacere, ma del
suggello amore-morte che vi si è stampato sopra.
Non è frequente trovare effetti così inquietanti
in un contesto apparentemente disteso e in aria di altrettanta
leggerezza. La forza di questa poesia è nellangosciare
il lettore, incantandolo. E bene il poeta rappresenta, di
riflesso e per piccole scaglie ingiallite, l "inferno"
borghese: le manie, i vuoti, le crudeltà, certa follia,
galleggianti oltre il decoro e la discrezione. È per
quella legge dellantifrasi, per cui tanto più
è spietato il dettato, quanto più è affabile.
E non si può non concordare totalmente con lautore
sulla natura tragica (eppure indicibile e pronunciabile solo
per brevi formule volatili) dellesistenza.
ROLAND BARTHES in "Cahier de
poésie", E3, 1978, poi tradotto in "La filigrana
dellessere" 1979 e inserito come editoriale in
P. Ruffilli, Camera oscura, Garzanti, Milano, 1992
IL "DISTACCO" E "IL
VUOTO INTORNO". RIFLESSIONI PER UN ASSE LEOPARDI-GOZZANO
NELLA POESIA DI RUFFILLI
La più recente stagione poetica di Paolo Ruffilli annovera
due opere non solo senzaltro significative per la nuova
poesia italiana, ma anche affini e contigue sotto molti aspetti:
si tratta, in particolare, di Diario di Normandia (con la
sigla DN citeremo dalla raccolta apparsa come testo a fronte
alledizione francese, stampata da Amadeus nel 1990)
e Camera oscura (con una nota di G. Raboni, Milano, Garzanti,
1992; per tale volume useremo la sigla CO). In effetti, programmaticamente
le due raccolte non celano di norma loccasione-spinta
da cui i singoli componimenti prendono avvio, quel dato figurativo
cioè che in DN è rappresentato dagli "squarci
di natura" (p. 39), mentre in CO dalle foto-"ritratto"
(p. 90). A segnalare, da subito, come il punto di partenza
di ogni risultanza testuale vada cercato in un quid di concreto
e di esterno, di oggettivo insomma: ma è una realtà
rugosa, ingombrante, da cui lelaborazione creativa e
psicologica attua una sistematica fuga, nella sua frantumazione-dissolvenza
coscienziale. "È che non amo/gli squarci di natura/
se non da fuori/ del palcoscenico,/ da un giusto osservatorio"
(DN, p.39); oppure: " la cosa consolante, bada,/ è
il distacco/ che uno sente/ quasi incosciente,/ da ciò
che accade" (DN, p. 45). Dirà Ruffilli nella più
matura e pregiata raccolta del 1992 qualcosa di amaro e profondo
sul tempo che annulla, secondo un nichilismo materialistico
di matrice leopardiana sotteso a entrambe le opere: "col
rimpianto/ che ogni cosa, incontro,/ tolga un grammo/ limando
ogni giorno/ scavando, come lacqua,/ il vuoto intorno"
(CO, p.19). Ma "il vuoto intorno", per naturale
reazione psicologica e formale, un po tutti i testi
lo esigono, lo impongono intorno al reale: questo appare infatti
triturato e franto negli echi lirico-mediativi che si allargano
dalla nicchia interiore, dove il cronotopo contingente dello
"squarcio di natura" e del "ritratto"
è isolato e rivissuto. Non a caso DN risulta composto
nel corso di quattro anni (dal 1975 al 1979), con una dilatazione
cronologica che esorbita dallimmediatezza diaristica,
solo apparente, o meglio svuotata. E le stesse sintetiche
annotazioni paesaggistiche che aprono tutti i testi di DN
tendono ad una dissolvenza fonico-ritmica più ancora
che impressionistica del quadro, mediante luso fitto
di assonanze e allitterazioni, di rime e parallelismi, e persino
di musicalissime unità versali per lo più brevi
(quinari, senari, e settenari), le quali hanno come oscillazioni
estreme sporadici ternari ed endecasillabi. Lo stesso impiego
delle rime, in questi versi di DN come pure in CO, appare
sintomatico di una tendenza forte dellultimo Ruffilli,
quella cioè di attingere da un prontuario facile, ma
anche elettrico, per il cozzo di aulico e basso, comico e
serio (cioè meditativo), come se certe arie e certa
tradizione poetica protonovecentesca fossero rilette con un
personale gusto che da una parte rimotiva il canto con lindugio
riflessivo, dallaltra lo stempera e relativizza con
una strategia gozzaniana, anche per larguta (semi-)svalutazione
riservata alla funzione poetica, "piccolo pesce/ dei
lofobranchi/ azzurro delicato" (DN, p. 23). In CO leggiamo
così cortocircuiti rimali e tematici che si nutrono
di un mondo preso nella dialettica di malattia e accensione
vitale, censura e trasgressione, sordina neo-crepuscolare
e fermo impegno analitico-filosofico; per questultimo
Ruffilli sarà con ogni probabilità da vedere
come una delle voci più intimamente leopardiane nella
nuova poesia italiana, vuoi per le evidenti sintonie di pensiero,
vuoi anche per la scrittura che fonde prosa e poesia, speculazione
e lirismo. Di questo campo di forze basilari, costitutive
e complesse, emersioni assai indicative sono quelle poste
in rima, come si diceva: si vedano, per esempio, "dito:
infinito" (CO, p.25), "colpa: polpa" (CO, p.
59), oppure "svantaggioso: coso" (CO, p. 65).
Come in DN architettura e cronotopo diaristico sono svuotati
dallinterno, costituendo solo un pretesto, uno spunto
per successive elaborazioni, così il racconto famigliare
di CO rappresenta il primo stato espressivo, via via dissolto
e anatomizzato dalle graduali prese di coscienza. Con lattacco
stesso dellopera infatti quel foscoliano "forse,
perché/ nel pacco delle foto" (CO, p. 9) che mediante
loggetto minimale della fotografia, caro anche a Gozzano,
sembra voler mimetizzare e frenare il tono di fondo
si introduce un clima misurato di raccoglimento, il quale
si distende su tutta la raccolta modulando larrangiamento
endogeno, interiore dei referti esterni cui si accennava sopra.
Ed essi vengono coinvolti dal cuore pulsante più profondo
e fertile di questa ultima stagione, quando attivano la dialettica
di senso della morte e dell"eccitante" (CO,
p. 42), che si stratifica negli esiti probabilmente più
alti e memorabili, dove lautore rievoca le intensità
e i tremori per la scoperta della sessualità nei giochi
e nelle strategie infantili, oppure dove racconta i fili vibranti
e insieme complessi che lo legano alle figure del padre e
della madre. Ma davvero impressivi sono anche i testi in cui
lio senza schermi si pone in unarea tanto novecentesca
quanto gozzaniana: la zona dombra della perplessità,
dove il sentimento dellinettitudine radica nella consapevolezza
dello "scompenso" usando un termine debenedettiano
fra desideri e realtà, consapevolezza che qui
fa tuttuno con lavvertimento del vasto, leopardiano
smottare della vita-materia, che "scorrendo resta",
ma "per sempre ci scompare", come aveva chiarito
fermamente DN (p.45). Allora il passo dovuto sarà quello
di fare-constatare "il vuoto intorno": "la
cosa strana è che/ non mi sentivo/ essere, affatto
ma/ proprio già passato./ Come colto e fermato/ di
volta in volta/ in quella posa/ contro il muro./ Allontanato
da me/ e, in parte, escluso/ da ogni possibile futuro"
(CO, p. 79).
LUCIANO BENINI SFORZA
in "I Quaderni del Battello Ebbro", n. 22, giugno
1999
MINIMO CONTRIBUTO CRITICO A PROPOSITO
DELLA RACCOLTA "QUATTRO QUARTI DI LUNA" DI PAOLO
RUFFILLI
Quattro quarti di luna ha la qualità di diario un po
scorticato, che è proprio della poesia moderna. La
generazione di Ruffilli ha superato limpasse dei modelli,
anche affascinanti, che paralizzavano le generazioni precedenti.
È un fatto positivo, dal quale bisognava partire.
Ma occorreva andare avanti, come appunto qui fa Ruffilli,
al fine di inglobare il diario, senza tradirlo, in una musica
che fosse nuova. Ma che musica fosse. Ruffilli, dunque, ha
colto questa nuova musica; si tratta ora di lasciarsi andare
e insieme di possederla, interamente.
Voglio dire che ai risultati già ragguardevoli (La
libreria del Cedro, la sezione Verificato per censura, La
vanità di leggersi sono cose di primordine) si
imporranno successive correzioni, nella definizione della
"nuova strada" della poesia. Questo è quanto
suggerisce, consapevole lautore, lo stesso libro, stimolante
e, per certi versi, provocatorio dalla prima allultima
poesia.
ATTILIO BERTOLUCCI in
"QUINTA GENERAZIONE III", n. 6, novembre-dicembre
1975
LA CONFIDENZA DEGLI OPPOSTI
La voce poetante di Paolo Ruffilli potremmo idealmente scinderla
e misurarla attraverso due ideali
assi cartesiani: quello della sonorità (o della risonanza)
e quello della perspicuità (o della tensione al senso).
Se un qualunque straniero lettore, ignaro della lingua italiana,
recitasse in viva voce un testo di Ruffilli, nulla comprendendone,
sarebbe tuttavia sedotto dalle cadenze, dal ritmo e dalle
calcolate euritmie o poliritmie, da quell'intessuto musicale
precordiale che già di per sé si fa "aura"
poetica, percettivo teatro di native emozioni da cui nasce
(di per sé poetico) il desiderio verso un decifrabile
mistero.
Il lettore che invece padroneggi la lingua si trova coinvolto
in un piacevole gioco di specchi, in cui il senso compiuto
invoglia a quanto v'è di argutamente e allusivamente
incompiuto e rimanda ad un infinito, tornandone come da una
avventura, donde ripartire nello spirito d'una sorta di interiore
odissea.
Paolo Ruffilli è un poeta ancora relativamente "giovane"
(si possono compiere, "in exteriore homine", grandi
gesta a meno di trent'anni, ma la poesia richiede assai più
lunghi tempi di distillazione interiore): nondimeno egli è
già un "classico" della poesia contemporanea,
per la pregnante e immanente persistenza semantica di originali
stilemi già metabolizzati da un folto pubblico di lettori
ed amatori, pur essendo la sua poetica (tutt'altro che cristallizzata)
un "flumen" ancora vivo, aperto ed "in fieri"
nella seducente progressione intuitiva ed elaborativa del
sentire e del dire (o del saper dire, se vogliamo riproporre
la dicotomia crociana fra intuizione ed espressione)
Non sono pochissimi gli autori della generazione di Ruffilli
cui sia stata attribuita la "laurea" poetica, magari
però riconosciuta e riconoscibile non oltre il settoriale
circuito "di nicchia" nel quale la poesia italiana
contemporanea sembra oggi ristretta; la "differenza"
di Ruffilli (come di pochi altri) sta nel fatto di essere
una voce esondante dalla nicchia, si va in libreria, lo si
sfoglia e si è invogliati alla lettura ed all'acquisto,
come un tempo (un tempo, sì) avveniva per i poeti amati
e recitati a memoria (l'apprendere a memoria si dice in francese
"apprendre par coeur", il che è tutto dire).
Mi riferisco qui a una sua selezione di liriche inedite, principalmente
amorose, apparse nella rivista "Smerilliana". Non
si tratta di un "opus clausum", pur essendo palese,
fra i vari brani, la tessitura di un discorso unitario nel
ritmo dell'apparente monologo defluente al dialogo con un
Sé incorporante l'Altro: si tratta di "fragmenta",
di momenti di intensa illuminazione emozionale che affiorano
in passione, si inabissano nel profondo memoriale e riaffiorano
in soavità di coscienza, consumandosi nella "durata"
di un presente ambiguo e multivalente fra "ludus"
e "pathos"; momenti d'amore come isole od atolli
che pian piano, traducendosi la tensione percettiva nel "continuum"
di un discorso meditativo, si compongono nel disteso arcipelago
di una sofferta maturità del sentire amoroso.
Il "continuum" di cui dicevamo possiamo esemplificarlo
attraverso un forse arbitrario assemblaggio fra segmenti dei
vari brani, segmenti scelti quasi a caso, che tuttavia, nel
loro naturale comporsi in armonia, dimostrano quale sia la
musicale e "risonante" coerenza delle parti - dei
frammenti - rispetto al tutto:
- "morderti e masticarti/ aperta e sciolta/ in tutte
le tue parti/ per ritrovarti/ poi nella persona/ è
stato questo/ il sogno che più/ non mi abbandona"
- "ma/ annulla la finzione/ e il sogno/ di unione più
totale/ proprio l'oggetto duro che intanto/ sale nel mezzo/
di noi due/ e che si oppone/ corpo estraneo/ alla sua stessa
affermazione" - "ridendo per l'intesa/ e riuscirò/
persino sul fantasma/ a fare presa" - "e nell'averti
in te/ è il ritrovarmi/ intero/ al centro/ senza che
mi costi/ nella coincidenza degli opposti"-
La coincidenza degli opposti cui come sopra ci invita l'Autore
è forse ancor più una "confidenza"
degli opposti, come in La gioa e il lutto (per citare il titolo
della più recente, assai bella pubblicazione di Ruffilli),
ove anche la morte sembra confidenzialmente persuadersi alla
invincibile tenerezza di una nirvanica "humanitas",
alla forza di soavità del - "fiume di energia/
che spande e che riversa/ oltre le porte/ l'eterno nel presente/
..." -
ALESSANDRO CENTINARO in "Smerilliana", n.
2, 2003
ALLE ORIGINI DELLA POESIA DI RUFFILLI,
LE PRIME TRE RACCOLTE
Sin dallinizio Paolo Ruffilli si avvale del magistero
ungarettiano. Nella raccolta desordio, La quercia delle
gazze (Forum, 1972), la scansione a sillabato si affida ad
una istanza di emissione fonica, ma mira in più ad
un preciso effetto di intensificazione, ottenuto in prima
battuta mediante la concisione del verso. Che subito sacconcia
a una misura apertamente narrativa, che in questo caso esprime
il mito antico della Grecia ma anche la sua caduta e sudditanza
nel tempo ed oscuro dei fascismi. In qualche lirica le corte
segmentazioni del verso puntano alla densità delle
immagini ("Di me/ non rendo/ testimonianze/ per battaglie
irriducibili/ dellintelletto": La tavoletta del
testimone), ma in generale non si ha contentatura tra laddobbo
mutuato dalla tradizione e il tratteggio originale.
Non soltanto la forma, ma insieme la visione mitica (sentita
per spinta razionale) si rifiuta di piegarsi alla astrattezza
dellimmagine per involgersi nella sveltezza e leggiadria
del movimento locutorio. Lo "stile del dipylon"
(che reca appunto il titolo al componimento in questione)
non si addice del resto al nostro, per la sua rigidità
e il senso dassoluto. E nemmeno si potrebbe legittimamente
aggiungere gli si confanno i vezzi modulari dellungarettismo.
La conferma di una radicale estraneità alla temperie
ermetizzante viene dal libro successivo, Quattro quarti di
luna (Forum, 1973), che incorda lespressione
e la vanità del leggersi, dello specchiarsi nel testo
in un dettato generazionale che fa completamentare
lelegismo ampio e sontuoso di marca (latamente) pasoliniana
alle modalità della poesia civile europea, da Bertolt
Brecht a Ghiannis Ritsos, destinatario della prima delle liriche,
"La libreria del cedro".
Il contesto è quello politico-polemico del dopo 68:
ma con una venatura in negativo, un dire con dolore e risentimento
ciò che non si è, né mai si potrà
pur essere. Montale balugina sul controluce di una intramatura
che indaga le poetiche e ricerca la giunzione tra vita e letteratura.
Una eco che, più avanti nel tempo, si declinerà
in Ruffilli nellelencazione delle cose che la scrittura
incontra e seleziona: i lacci per le scarpe; il cinturone
per lernia; la pila con riserve di carica; una pomata
("Il comodino del nonno" in Notizie dalle Esperidi,
Forum, 1976). Ma, ancora, i bersagli sono gli "ermetismi
storpiati davanguardia" e una anacronistica "aristocrazia"
di belle lettere. Limpostazione è nullameno manieristica,
pur nel rigetto delledonismo o almeno del solo orizzonte
letterario. Ne diviene conferma quellintarsiatura di
stili, che svariano dai testi cosiddetti di locuzione alla
prima parte di Quattro quarti di luna agli altri più
duri e articolati e politici della sezione finale, sino a
quella suite, avente a titolo "Verificato per censura",
che sullonda di lettere in versi tratta la materia tragica
del campo di concentramento. Lescamotage del ritrovamento
di fogli e carte (che ritorna come modo significante anche
in Camera oscura), consente un affondo nella storia più
controversa e lancinante evidenziando al contempo la sfiducia
nel presente. "Ho dichiarato il fallimento", sigla
apodittica la poesia dellexplicit, "Le stagioni
frantumate". Così in conclusione, il ventilato
confliggere tra Storia e Letteratura, già segnalato
da Giuliano Gramigna, finisce per affermarsi. Con la Parola
che ha difficoltà a dire quel che il reale secerne
entro di sé; e spiega questa impossibilità tramite
lalienazione e il prevalere di tempi degradati e drammatici.
In questottica, Notizie dalle Esperidi prospetta unipotesi
di esistenza soggettiva, quale terreno di passaggio tra ieri
e oggi, non soltanto adottando una traccia di racconto plausibile,
almeno nellottica di un ritorno dal passato, ma anche
infine enucleando nella scrittura quel compromesso di parole
solo vissuto e mai accettato e tradotto in pratica. In questa
terza raccolta la versificazione si alleggerisce: diviene
più immediata e fluente schierandosi allinseguimento
di una lingua diretta e semplice che fissi ancora una via
strategica per la comunicazione poetica. Dopo le grandi speranze
e le utopie, sopravviene il grigiore, la penombra incerta:
il comodino del nonno della succitata lirica delle Notizie
mette in mostra anche un pappagallo in vetro, e poi un bel
tris di sveglie, e santini in plastica della Madonna. I piccoli
momenti di medio gusto della quotidianità, dal vario
bricolage casalingo alla tetraggine e pedanteria professionale,
scorrono innanzi al lettore. Il racconto in versi prende a
sarchiare anche la morte ed il caos, in una sorta di rinnovata
quadreria alla Spoon River, poi declina verso una tonalità
tra introversa e sardonica, tra ragionante e rassegnata. La
generale e dilatata degenerescenza della realtà produce
una variante gozzaniana che però affonda le radici
nel nostro secolo exeunte come poi verrà chiaramente
esplicitato nelle due ultime raccolte, Piccola colazione del
1987 e Camera oscura del 1992, entrambe impresse da Garzanti.
E qui, per tornare allasserzione dellavvio, cade
ad hoc un rilievo di Vittorio Sereni: quando osservava come
il verso ungarettiano di Ruffilli consistesse soprattutto
nella commettitura tra latto del cercare e la concreta
rielaborazione.
Onde quel protendere al minimo accadimento e segno, che dalla
vita sgocciolino sopra il diario in versi, e quella breve
rapida scansione tra lun soffio e il successivo, che
fa infine propria la "perplessità del distacco".
GUALTIERO DE SANTI in
"I Quaderni del Battello Ebbro", n. 22, giugno 1999
RUFFILLI E LA ZONA DEL CONCRETO
Volutamente cancello dalla memoria ogni precedente scrittura
di Paolo Ruffilli: non con questo intendendo suggerire su
di essa un giudizio limitativo, ma unicamente allo scopo di
porre nella debita evidenza il salto di qualità che
egli mi sembra avere compiuto in questo Prodotti notevoli.
Nella carriera di ogni poeta si pone prima o poi il problema
di questo salto: è il salto dalla letteratura alla
poesia propriamente detta, il taglio di un nodo, il rischio
che lo scrittore è quasi irresistibilmente portato
a correre (e qualche volta sarà anche per disperazione)
verso una sfera creativa dove cultura, esperienza e scaltrezza
(aggiungiamovi pure unastratta intelligenza) non gli
possono bastare più, sicché come un acrobata
del circo egli è costretto finalmente a esibirsi "senza
rete".
È il momento dellincredibile semplicità,
del poeta non più "costretto a essere poetico"
(V. Woolf): è arrivato anche per Ruffilli: che qui
si fa, nellapparenza delloccasione, trascrittore
di emozioni e movimenti in mezzo ai quali, per sua condizione,
egli vive; e che, scolaro dei suoi scolari, impara il balbettante,
incoerente, frammentario e occasionale linguaggio della vita.
Quale vita?
Non certo la vita senza tempo e senza luogo delleterna
riflessione esistenziale: per nativa inclinazione, come stanno
del resto a testimoniare i versi fin qui pubblicati. Ruffilli
doveva puntare sulla zona del concreto, dellimmediatamente
identificabile. E poiché il suo concreto quotidiano
è la scuola, ecco che egli ci ha dato una poesia della
scuola così come potevano esprimerla le voci, ora tenere
ora sguaiate, di aule e corridoi negli intervalli, preludi
o post-ludî in cui la voce pedagogica, la voce istituzionale
del luogo, non ha né può pretendere udienza.
Qui parla una popolazione della scuola che, non soltanto in
omaggio a un luogo comune, anticipa e precorre il discorso
(o la babele) della società civile nel suo complesso:
e quel che maggiormente colpisce è lo spessore delle
implicazioni anche culturali e politiche indotte dalla cordiale,
affabile, ma anche spietata rappresentazione che il poeta
ci porge di questo universale miniaturizzato.
Nonostante la disarmata (anche) cantabilità di taluni
passaggi, Ruffilli si propone qui come poeta di notevole impegno
sperimentale: la sua bravura (se mi è lecita la parola)
è consistita infatti nellindurre al silenzio,
o almeno a una sufficiente discrezione, quella tentazione
letteraria di misurarsi su alcunché di preesistente
e autorizzato che per molti aspiranti alla poesia continua
a costituire un dannato e facile trabocchetto. Egli ha, insomma,
riconquistato in sé una condizione di innocenza che
lo mette in grado di lasciar parlare una voce che diventa
sua in quanto proprio attraverso di lui si esprime da una
toccabile realtà traducendosi in questo non celebrativo,
non trionfalistico, non parenetico, ma problematico e vivo
"poema pedagogico" di una scuola italiana alla soglia
degli anni 80.
Non è risultato di poco conto: è un risultato,
anzi, da annoverare fra gli esempi contemporanei di una linea
poetica che, nella nostra tradizione, ha precursori illustri,
remoti e recenti (da Jahier a Pagliarani, per suggerire due
nomi);ma è anche un risultato che senza dubbio porta
lautore a un livello di giuoco piuttosto alto, di più
difficili responsabilità.
Adesso lo aspetteremo, dunque, sul dopo.
GIOVANNI GIUDICI in "Almanacco
dello Specchio", n. 9, 1980, Mondadori Editore
LA LOCUZIONE IN "QUATTRO QUARTI
DI LUNA"
Limpressione che si ricava dallinsieme del libro
è quella di un passaggio da una scrittura a una locuzione,
se per scrittura, impiegato qui in accezione particolare,
sintenda un discorso poetico che muove da se stesso
a se stesso, mentre la locuzione suppone proprio nel suo modo
stesso di spiegarsi un destinatario. Non è importante
che nella "Libreria del Cedro", come in altri versi
della prima sezione, il destinatario di questa locuzione sia
perfino esplicitamente esibito; ciò che è rilevante
è piuttosto la struttura particolare del discorso.
In realtà questa locuzione non si dirige a nessuno;
è ancora ipotetica: ma basta questa ipotesi a rendere
naturale lincorporazione di una citazione (dantesca,
ma meglio stilnovistica) alla chiusa della "Libreria
del Cedro", che si qualifica non come mero intarsio letterario,
bensì come momento in cui letteratura e vita si integrano,
e la parola è la parola di locuzione. In certo modo
quella citazione mi sembra risarcire lironico-disperata
"dichiarazione di fallimento" dellultima pagina
(ma lordinamento dei testi è cronologicamente
decrescente, dalle composizioni più recenti alle più
tarde): "si ritrattò il poeta / dai capelli ritti,
/ il teoretico saccente / per contraddizioni lacerate".
Certo la poesia di Ruffilli, lintero suo libro, non
dicono "come" (forse nemmeno "se") la
conciliazione fra i due poli della Parola e della Storia sia
possibile. E certo cè nella sua posizione una
larga sfiducia sui poteri dello scrivere e insieme un rifiuto
alla sfiducia totale; "Nella penombra gialla" lo
testimonia attraverso spie grammaticali, lalternativa
di modi verbali: "scioglie
scioglierebbe".
Ma il compito di un libro non è, naturalmente, risolvere
semmai proporre. Mi pare che Quattro quarti di luna disegni
una personale parabola di crescita, in continuo acquisto,
suscettibile di sviluppi, ma intanto già lucida e coerente,
nel più generale panorama della poesia sicuramente
importante.
GIULIANO GRAMIGNA in
Quattro quarti di luna, Forum, Forlì 1974
DESTINI IN FILIGRANA
La poesia di Paolo Ruffilli è un
luogo di energie in transito, di spiriti in fuga. La sua voce
smuove aloni gravitazionali, pulviscoli di esperienze o riflessi
di ipotesi con la stessa amabile scioltezza di un antico intarsiatore
di fili di lana e di seta. Del tutto ingannevole è
la semplicità della sua lingua, benché non certo
falso sia il suo radicamento nella quotidianità. Le
"ariette" in versi di Ruffilli hanno qualcosa di
altrettanto erratico e impalpabile quanto le foglie disperse
al vento dalla sibilla: a tratti paiono disegnare un senso
largo e compiuto, poi si sfaldano, sfuggono, precipitano verso
orizzonti molteplici lasciandoci solo tracce di senso, ma
come se queste tracce fossero tutta la rivelazione ancora
possibile per noi. Il miracolo è che, in questa disseminazione,
la luce circola davvero: non il caos postmoderno è
ciò che ci raggiunge dal cuore di queste vertigini,
ma una sorta di musica altra, capace di mostrarci la vita
come infinito, ondoso e segreto, palpitante e sofferto contrappunto.
Con una silloge di brevi racconti ("Preparativi per la
partenza", Marsilio) Ruffilli torna ora a provocare e
incantare le nostre solitudini di lettura. Abbandonandosi
al piacere dell'affabulazione come alla sola vera forza ancora
in grado di dar fiato al nostro bisogno di "sapere",
di ampliare le nostre mappe ideali, il libro ci si offre come
un'esplorazione di destini colti in filigrana, nella loro
silhouette emblematica, nei momenti cruciali delle loro parabole.
Sovrapponendo una serie di vite piuttosto eccentriche, al
modo di un collezionista di medaglie o di foto (secondo una
strategia voyeuristica già da lui collaudata in "Camera
oscura"), Ruffilli ne evidenzia implicitamente le simmetrie
e le varianti, i movimenti e le stasi, le differenze e i ritorni;
soprattutto cogliendo il loro dispiegarsi fra le innumerevoli
alternative della realtà (il mare e la terra, il centro
e la periferia delle città, la veglia e il sonno, la
legge e la colpa...), egli sa individuare quell'inarrestabile
circolazione di linfe vitali che sfida e trascende gli steccati
della nostra mente.
Fra tutti i personaggi che l'autore immagina di incontrare
(un marinaio stabilitosi in montagna, un messicano specialista
in tuffi "estremi", uno scrittore passato attraverso
la terribile esperienza dell'afasìa, un'ex-spogliarellista,
un ladro votato a un eterno fallimento...) un rilievo simbolico
molto particolare ha l'ermafrodito residente a Berlino. In
questa creatura indefinibile secondo i generi grammaticali,
ciò che si esprime è il mistero dell'uno annidato
al fondo della polarità. Evocando dalle "Metamorfosi"
di Ovidio il celebre mito della ninfa che, "innamorata
del giovane Ermafrodito, aveva chiesto di essere indissolubilmente
legata nel corpo a lui", l'autore confessa la passione
amorosa di cui si alimenta la sua ricerca di casi-limite,
di storie votate allo straordinario o al paradosso. Come un
ultimo allievo del Platone "erotico" del "Simposio",
e insieme dei maestri del Tao, Ruffilli vede, meglio di tutti
gli ideologi, i disastri che nascono dalla separazione delle
"due facce della luna": il maschile e il femminile,
il pieno e il vuoto, la luce e l'ombra, la parola e il silenzio.
Tutto il libro è un inno a ciò che spiazza le
categorie rigide del pensiero: al coraggio di vivere sul filo
del rasoio, affidando alle corse in moto un'impossibile sete
di Dio; alla libertà di chi, dopo aver sempre vissuto
tra le forme supreme della creazione (come un ex-direttore
di Brera), può scegliere di vivere in un appartamento
squallido della periferia per non cedere al ricatto dell'estetismo,
per ricordare a se stesso che l'autentica bellezza non ha
orizzonti o limiti. La vita, infatti, "non è né
bella né brutta": alla vita bisogna lasciarsi
andare senza giudicarla, ma "con rispetto e con amore".
Solo in questa specie di appassionata epochè la fiammella
del vero può rinascere dalle ceneri della mente discriminante,
fonte di tutte le intolleranze, di tutti i fanatismi e le
violenze. E solo accettare la vita in toto, con pietà
e gratitudine, può prepararci a quella "partenza"
che tutti ci attende: la morte.
Con il titolo del suo libro, forse Ruffilli ha inteso fare
una specie di brindisi funebre all'ultima raccolta ("Preparativi
per la villeggiatura") di uno dei poeti italiani del
Novecento più esposti al richiamo della morte: Remo
Pagnanelli. Ma pochi autori sono così lontani tra loro.
Mentre in Pagnanelli covava un lutto immedicabile, una ferita
senza rimedio, Ruffilli sa inviarci, attraverso e oltre lo
strazio, scintille d'amore vero per la vita. Benché
molto, come poeta, abbia appreso da Caproni, Ruffilli è
refrattario a ogni deriva nichilista. In questi racconti il
sentimento lirico, complice e pudico, tenero e trascolorante,
della fragilità e del mistero dell'esistenza, può
ricordare il Parise dei "Sillabari". Ma tutta e
solo di Ruffilli è la qualità esatta e inappariscente,
neo-fiamminga, della scrittura: lenta, silenziosa nevicata
di parole che scendono sulla pagina per dare una forma bianca,
una forma senza forma, ai nostri sogni e ai nostri sospiri.
PAOLO LAGAZZI
IL PENSIERO E LAVVENTURA DEL
NOME NELLA POESIA DI PAOLO RUFFILLI
In un intervento su "Parol" (6, marzo 1990) Ruffilli,
discorrendo dei motivi ispiratori e delle intenzioni del suo
fare poesia, segnalava, accanto alla necessità di tradurre
in "pronuncia lieve e sfuggente" i nodi irrisolti
del confronto io-senso-ragione, smontando e rimontando se
stesso, il bisogno parallelo di scoprire le tensioni contrapposte
celate nelle cose, il sublime implicito nel calco, lincompleto
che si annida nella compiutezza. E accennava subito dopo,
sempre in quelloccasione, alla legge dellinversamente
proporzionale che è alle radici del pensiero occidentale,
identificato particolarmente con quel mondo presocratico "in
cui si pronuncia una verità che è insieme poesia-pensiero-musica".
Se il poeta di Piccola colazione, dalla leggerezza ariosa
ed elusiva, incline alla mescolanza di generi e di registri,
avvertiva una affinità con Empedocle e Talete, Parmedine
e soprattutto Eraclito, affascinanti interpreti della cosmogonia
originaria, capaci di limpide ed essenziali osservazioni sul
tempo e lessere, gli elementi e le loro metamorfosi,
doveva certo avere le sue ragioni. Che sono, ovviamente, ragioni
di scrittura, di ritmi che percorrono il discorso
sintattico e strofico, allertando la parola, consentendole
di accadere e di inventare, sul foglio, presenza e assenza,
rigidità e scioltezza, fissità e trasformazione.
Più di un rapporto collega quelle riflessioni con i
testi inediti che vengono qui proposti. In Natura morta si
articolano distinte sezioni, fasi di un pensiero argomentativo
(Del tempo, del nome: aforismi e frammenti da una cosmogonia)
che produce come primo effetto lesclusione dellio,
del punto di vista soggettivo e privato. Si stabilisce così
la distanza necessaria ogni volta in Ruffilli, a rendere percepibile
il contatto con le cose, con lesterno ("Ti accorgi
allimprovviso/ che le cose/ riescono a distrarti,/ a
tratti per lo meno, dallansia/ e a porre tra te e la
vita/ lo spazio necessario e contemplarla" Trouville,
Calvados: 8 agosto, dal Diario di Normandia, Amadeus, 1990).
Tra Piccola Colazione (Garzanti, 1987) e Diario di Normandia
essa assumeva i connotati delle parentesi, delle citazioni,
del corsivo, di tutti gli accorgimenti grafici che consentivano
sulla scena della pagina, di sospendere la consequenzialità
del racconto commentandone tra le righe, in falsetto
melodrammatico o con voce inappartenente, estranea, le anomalie,
i vuoti, le sonorità contrastive. Le parentesi ritornavano
in Camera oscura (Garzanti, 1992) a distinguere lo spazio
"fermo" di ciascuna fotografia rispetto al rimettersi
in movimento della situazione nella riconsiderazione dellautore.
Nel Diario di Normandia, in particolare si distinguevano tre
tonalità: i versi in corsivo posti in epigrafe, squarci
descrittivi dal cromatismo armonizzato; la meditazione dimessa
parentetica, sorta di continuum narrativo nella forma di ininterrotto
monologo; la segmentazione della cronaca affiorante tra gli
intervalli lasciati vuoti dalle parentesi coi suoi microracconti
frammentari e casuali ["strisce di case/ sulla riva Sainte-Catherine/
verde-marcio marrone/
/ Sono blu/ col collo a barca/
i maglioni del negozio./ Lo scaffale è sottosopra,/
non si trova mai/ la taglia/
/ (La certezza/ di non
aver più fedi/ è in quel trovarsi/ volentieri,
una mattina,/ indifferenti a tutto.)"]. Natura morta
si situa, in apparenza, lontano da quella orchestrazione di
voci; la sua dizione monotonale pare possedere nella scansione
misurata e ferma la limpidezza e lasciuttezza dellaforisma.
Ma alcuni segnali invitano a stare in guardia. Se la nozione
di tempo, ad esempio, esordisce con limmagine delleterno
ripetitivo chiuso in circolarità assoluta ("Chioma
di fiamma/ che eternamente mangia/ la sua coda"), subito
dopo è il tratto lineare o segmentato a prevalere,
nellibrida compresenza di spessori e rarefazioni ("passo
contratto dilungato/ duro rarefatto"), tra gesti inconclusi
("sasso lanciato/ freccia che si perde/ sopra il tetto"),
rinvii, slittamenti ("Linnesco della corsa rimandato
").
Del resto, nella vita come sulla pagina, il dilatarsi a dismisura
dellinizio consente la sospensione del termine, lallontanamento
della fine: questo, in fondo, il senso delle storie incompiute
di Piccola colazione ("Appena oltre la vita/ emerge e
non emerge/ pare e non pare/ Lasciandoci nel dubbio/ se esista
per davvero/ o sia un inganno/ un alibi, un pretesto/ il resto
di una/ storia mai avviata
") o degli indugi di
Diario di Normandia, che irrigidiscono in fissità lazione
("Bloccati in un eterno/ avvio da terra/ verso il mare
aperto") o delle sospensioni di Camera oscura metaforizzate
nella fotografia e nella sua durata che poggia sul vuoto e
sul niente ("eppure lì sospeso/ a tempo indefinito/
disegnato, per assurdo,/ nel suo essere proteso./ Latto
mancato."). Da Leopardi a Caproni è lostacolo,
ogni volta, a consentire laffinarsi della percezione,
lavventura del pensiero poetante: se esso diviene sfuggente
celandosi nelle cavità e porosità delle cose,
nella loro dimensione enigmatica e doppia, lo spazio della
ricerca si lascia occupare dai riflessi, dalleco di
identità presenti per opposizione o contrasto (il richiamarsi
del nome "a ciò/ che gli è contrario"
).
Nessuna altra possibilità di durata esiste dunque oltre
lintermittenza, la casualità che difende dal
compimento. Ed è qui, a un passo dal tragico, che lironia,
musa fedele di Ruffilli, sa insinuare le sue armi segrete:
unironia esperta di miscele e dosaggi, tra taoismo e
fenomenologia, senso del perennemente mutevole e acquisizione
del provvisorio, del precario. Contro la Natura morta ed ogni
assolutizzazione del tempo (gli orizzonti dilatati a perdita
di misura, che mutano e durano senza fine) si scandiscono,
a contrasto, gesti e accadimenti brevi ("un turbine non
dura/ una mattina/ né una pioggia/ un giorno intero"),
affidati a uno stile trasparente e terso, dalla limpidezza
e levità sorvegliatissime.
LEraclito delle armoniche fusioni ha esplorato ormai
la spoglia quotidianità, ha sperimentato, danzando
in superficie, le contraddizioni di un vivere minimo. La parola
originaria può così piegarsi a un timbro lieve
(lo rilevava già Sereni), a un respiro che non smarrisce
la propria agilità neppure se si impenna a discorrere
di pienezza e assenza, rilevando nellaspetto "monco"
delle cose il margine di segreto, linvisibile che il
visibile contiene e completa ("lessere e il/ non
essere/ si rispecchiano/ a vicenda").
Ed è proprio lavventura del nome a siglare, da
ultimo, lo spazio della sopravvivenza: "senza le parole"
era la denuncia vibrante dellEmilio di Porta
"siamo ciechi". Ma con la parola conclude
ora Ruffillli nellestremo pulsare del suo verso breve
superiamo il buio e la dispersione degli inizi: tra
i corpi e il vuoto si celebra così ogni volta il mistero
della nascita, la legge della continuità ("senza
nome è/ linizio del/ cielo e della terra// col
nome è la/ madre dogni cosa").
NIVA LORENZINI in "I
Quaderni del Battello Ebbro", n. 22, giugno 1999
LA PIENA MATURITÀ
Con la cautela che si deve alle opere di poesia - e
alle prime letture -, credo di poter dire che con La gioia
e il lutto Paolo Ruffilli ha raggiunto la sua piena maturità
poetica: il che non significa, sia inteso, che non possa progredire
ancora. E allora leggiamo subito il frammento di pag. 22:
A forza di salire
per quanti mesi e anni
le scale della vita,
si va imparando
con l'esperienza
il rito del cordoglio
e l'arte di morire
senza inganni:
coltivando gli ultimi
istanti, al capezzale,
celebrando l'atto
finale dell'uscita e
cercando di restituire
con l'argomento
dell'intelligenza
senza orgoglio
dignità all'insufficienza
degli organi, al danno
della funzione cerebrale
e alla distruzione
progressiva
di ogni centro vitale.
Prima di dire altro, osserviamo che già questa minisequenza
ci dice qualcosa del modo di poetare di Ruffilli, cioè
il rapporto per lui necessario fra gravità del tema
e semplicità, appena inalzata dalla luce intellettuale,
della lingua.
Come i precedenti Diario di Normandia (ma questo "in
movimento") e Camera oscura (per la quale Raboni ha potuto
parlare di "romanzo famigliare"), anche quest'ultimo
è un "diario" privato e (tragicamente) amicale,
da cui scaturiscono voci interne o - ch'è lo stesso
- di un al di là mentale; e dove i testi in corsivo
segnano, meglio che pause o stacchi o contrappunti, i momenti
di più secca meditazione (quasi che già il corsivo
indicasse, iconicamente, scarnificazione).
Non è male muovere dai dati formali, essi stessi non
dissimili nella sostanza da quelli delle raccolte anteriori,
poiché Ruffilli è un poeta non manieristico,
ma semplicemente fedele a se stesso (si faccia eccezione,
in particolare, per i continui uncinamenti parentetici, e
insomma le doppie quinte, di Piccola colazione). Dominano
i versi brevi o medi, con centro nel ventaglio tra quinario
e settenario, ma la loro funzione, contro le apparenze, è
del tutto antimelodica; la spezzatura (con inarcature anche,
e non raramente, sulla e) e quasi la casualità delle
misure dominano sul carattere centripeto delle unità
versali. E tuttavia è proprio la sequenza ininterrotta
di versi medio-brevi a contrastare la potenziale continuità
prosastica del "diario".
Inoltre, Ruffilli è tipicamente quello che i tedeschi
chiamano un "poeta di pensiero", ma il pensiero
non si svolge, appunto, per continuità e grandi arcate,
ma per frammenti e contrazioni, prese d'atto e rilanci: e
come pensare altrimenti oggi, e in un secolo che ha visto
in filosofia la vittoria dei pensatori per aforismi e minisaggi?
Non molto diverso, a guardar bene, l'uso della rima, che essendo
fitta e dichiaratamente "facile" non ha, in linea
di massima, un ruolo espressivo, raggrumante, ma - se così
si può dire - di "appoggio" alla dizione
e quasi di punteggiatura.
La realtà, per Ruffilli, è in fondo tale solo
se pensata dal soggetto. E questa, detto per inciso, è
una delle ragioni per cui egli non può essere affatto
omologato ai "lombardi", che nelle "cose"
credono. C'è sì qualche ritorno di Rèbora,
come specialmente a pag. 36 ("...che scava selvaggia
/ attorce ed impiglia / fa brace ed agghiaccia / accresce
e consuma..."), ma se è realtà è
realtà deformata; e si veda anche a pag. 12 ("...tracolla
deraglia ecc."). Insomma Ruffilli ha bisogno ogni tanto
di Rèbora come di qualcuno che lo renda più
aggressivo, che gli acceleri i battiti del cuore, altrimenti
lenti. Come già indicato da Raboni c'è poi fra
le righe, e molto di più, Caproni, l'outsider, il narratore
melodico ma insieme antimelodico, presente non solo per via
del tipo di versificazione, come in questo brano: "Vi
ho salutati, / tutti, senza parlarvi. / Vi ho ringraziati.
/ Siete stati / la forza e la ragione / nei miei affanni..."
(pag. 23). E sempre nell'ombra si aggira Leopardi, e si può
anche risalire più indietro (si veda "amante amato",
a pag. 17).
Dunque, realtà pensata. E quindi dominano, come già
dichiara il primo brano qui citato, gli astratti; mentre il
massimo di "cose" che (e qui diversamente da Caproni)
Ruffilli può concedersi è questo: "...il
fumo delle sigarette...il verduraio...le sue cassette...ogni
frutto e ortaggio..." (pag. 21). Ma anche in questo luogo
ci sono offerti, appunto, i generi ("frutto e ortaggio")
e non le specie o gli individui, e se di quelle cose il poeta
si riempie la mano, lo è, subito dopo, delle loro "forme
perfette". Pochi versi sotto spunta poi la "nebbia",
e non è l'unica volta, con le relative sinonimie o
metonimie (ad esempio, "lattiginoso").
Per pensare poeticamente, è chiaro, Ruffilli ha bisogno
che la realtà sia messa fra parentesi, stilizzata in
categorie, ritirata in qualche modo nella mente che la classifica
appena i suoi dati concreti fanno capolino; pensare comporta
chiudere gli occhi, braccare mentalmente, per poi sostarvi,
le essenze e i destini dei fenomeni; e infatti, a pag. 48:
"Per tutto quello / che non vedo / io credo / qualcosa
resterà", ed è una delle sequenze migliori
della raccolta, nonché - significativamente - l'ultima.
Ma per quante vie si può comprovare l'evidenza che
questo è un poeta della linea "metafisica"
o mentalistica, e non di quella postsimbolista o orfica. Una
è per esempio quella delle metafore, che qui non volano
alto ma basso, come s'è visto subito nel salire le
scale di A forza di salire. La realtà non è
dunque trascesa per via di immaginazione libertina, ma di
pensiero, al cui servizio si pone, costringendosi, l'immaginazione.
Forse vale per questo libro, con un'accentuazione fortemente
privatizzante, uno degli exerga che l'autore aveva adoperato
a suo tempo per Camera oscura, un pensiero dei grandi Minima
moralia di Adorno: "L'elemento storico, nelle cose, non
è che l'espressione della sofferenza passata".
Ma già perfettamente significativo è il titolo
stesso, nella sua bipolarità. Purché lo si interpreti,
o così mi pare, nel senso di un'oscillazione o compresenza
fra i due opposti sentimenti indicati, o meglio ancora ponendo
come primo il secondo termine e facendolo seguire da una freccia
che, nel tempo e idealmente, si dirige verso il primo, diventato
non solo secondo ma terminale. Del resto Ruffilli ha scritto
a tutte lettere, a pag. 41: "Perché il lutto /
chiama la vita, / non altra morte" (e subito sotto: "Che
tutto cada / morto / per essere risorto... E' il trionfo /
della vita perpetuata / mentre si è sepolta...").
Come acquattato, il poeta sembra distrarsi dalle cose concrete,
metonimie della vita, ma per parteggiare più concentrato
per la vita.
Con un po' di approssimazione e metaforicità, ma non
troppe, si può dire che questo libro di poesie, o diario
poetico, è soprattutto un'elaborazione poetica del
lutto. Il che vuol dire anche (si veda ad esempio alle pagine
41 e 45-46: "Senza la morte, no, / non ci sarebbe / né
sorte né destino"...), non solo scommettere per
il futuro ma affermare che il presente, negli individui e
nelle generazioni, in tanto vale in quanto anello di una catena
che prosegue. Che ciò sia detto in poesia, e senza
apparati ideologici dichiarati, entro un'epoca del più
sfrenato puntinismo (e dunque anche totalitalismo, perché
solo quanto nulla si sviluppa può essere dominato),
un'epoca della più assoluta sfiducia nei concetti stessi
di futuro, e cioè di continuità della specie
e dei singoli attraverso la trasformazione in un altro che
però ci è organico: ebbene, questa posizione
mi sembra, già al di qua dei sostanziosi risultati
poetici che ne sono generati, il maggior segno di nobiltà
de La gioia e il lutto.
PIER VINCENZO MENGALDO in
La gioia e il lutto, Marsilio, 2001
TRAIETTORIE SGHEMBE
Presso leditore Forum, è uscito un prezioso libretto:
Notizie dalle Esperidi, di un giovane poeta che desidero segnalare
per il suo indubbio talento, Paolo Ruffilli. A suscitare il
mio interesse, devo confessare, era stata una sezione della
raccolta, dedicata ad una visita al cimitero di Monterosso.
Cera, insomma, per me una ragione sentimentale: il riscontro,
di cronaca e di fantasie, legato a un luogo della mia giovinezza
e della mia memoria. Mi aveva colpito come il giovane Ruffilli
avesse dato dignità di poesia a fantasmi e figure di
morti consegnati a poche frasi smozzicate e a solenni epigrafi.
Insisto sul "come".
È il punto comunque decisivo che mi ha spinto ad andare
avanti, oltre la lusinga per me del luogo caro, attraverso
lintero libro di Ruffilli. Il modo di questo giovane
poeta mi è piaciuto: laver egli scelto la via
della sottrazione, del togliere e del ridurre, per esprimere
le cose del mondo e della vita. Limportanza dellellissi
e dellomissione, nella poesia moderna, è nota;
per noi, poi, cè linsegnamento precocissimo
di Giacomo Leopardi, maestro nellindicare servendosi
del vuoto. E, certo, Ruffilli ha fatto sua la lezione di Leopardi;
in più, disegnandosi un suo percorso sghembo rispetto
ai poeti del nostro Novecento. Allinsegna del non dire,
proprio per esprimere di più, Il modo di Ruffilli si
affida a una specie di galleggiamento di piccole scaglie,
piccole bolle che guadagnano la superficie salendo su in verticale
dal fondo. E queste scaglie, nel loro minimo ingombro, nella
loro rarefatta consistenza, riescono a rendere la realtà
nella sua interezza. Il tutto, a tinte nette; con una amabile
secchezza e una sua dolcezza un po risentita. Nel distacco,
dunque; senza nostalgie o, peggio, tremori. Ma con partecipazione.
Forse sono nella posizione giusta per vedere le cose con imparzialità,
nel panorama caotico della nostra poesia ultima e ultimissima;
una posizione necessariamente darrivo e magari di fine
corsa, per dirla guardando in faccia la realtà della
mia vita. In ogni caso, credo di non essere lontano dal vero
nel dire che, per il futuro, Paolo Ruffilli ci riserverà
qualche piacevole sorpresa.
EUGENIO MONTALE in "RAI
radiotelevisione italiana-Terzo Programma della Radio",
22 gennaio 1977, poi in "Discorso diretto", I, 1,
1978, con il titolo "Traiettorie sghembe"
SILLABAZIONE FONICA
Lo scatto delle prospettive diacroniche, i sedimenti del mito
affioranti da un koinè culturale ineludibile, i brandelli
dinsigni formulazioni di poesia antica, e insieme le
presenti realtà del paesaggio e degli uomini che lo
interpungono vecchie miserabili rughe o spettrali vittime
brancolanti danno qui alla dilatata luce greca, ai
campi marini, ai toponimi illustri il colore e il sapore duna
desolazione esemplare. La frana delluomo e del mondo
è, al di là delle misure temporali e spaziali,
ma sindividua in puntuali riscontri allusivi e visivi.
I tenaci ammanti del classicismo, corrosi a tratti da truci
graffi di scherno o ribaltati in spechi aggriccianti, cedono
a unesperienza scabra, la cui autenticità trascende
scontate eversioni polemiche, ponendosi con la diretta impavidità
duna testimonianza necessitata.
La denunciata umiltà dellapproccio non esclude
il piglio rigoroso dellautocoscienza, lautonomo
spicco dunoriginalità senza confronti vistosi
nellintensa qualità delle emozioni e nelle tonalità
e torniture dei modi. Così la testimonianza, esistenzialmente
e linguisticamente determinata, varca lambito odierno
delloperazione lirica, assumendo un volto di profetica
perennità, mentre nel volto della Grecia sincarna
la disfatta eroica, la cupa persistenza della vanità
corposa, della saggia follia, dello squallore imponente, della
parola precaria e assoluta. Permeazione doggetto e soggetto,
e insieme di poesia "donata" e poesia "calcolata".
Il materiale lessicale è granito di sostrati culturali;
la sintassi è qua e là violentata in genitivi
ardimentosi o nella catacresi delle reggenze o dei "generi"
del verbo. Eluso in frantumazioni lelemento canto, il
discorso conosce qualche secca e stridore; laggettivazione,
assai ricca, ha una pertinenza rivelatrice, e la scansione
ungarettiana si pone come una istanza di sillabazione fonica.
Questa lettura della Grecia e delluomo incute rispetto.
Smuove voci impietrate, pensieri insepolti, ipotesi immortali.
Grazie.
FILIPPO MARIA PONTANI in La
quercia delle gazze, Forum Quinta Generazione, Forlì
1972
LA FELICITÀ DI UNA SOLUZIONE
La parola colazione ha una storia curiosa. Nei monasteri benedettini
si usava leggere le Collationes Patrum di Cassiano prima della
compieta e si cominciò a chiamare collatio, per contiguità
temporale, il pasto leggero che le seguiva e le rendeva probabilmente
più appetibili. L'origine di questo slittamento di
significato, che i linguisti chiamano metonimia, l'avevo scoperta
più di vent'anni fa, leggendo un libro di Stephen Ullmann
dedicato alla semantica, e da allora non l'ho più dimenticata.
Mi colpiva l'associazione tra frati e cibo, tra lettura e
digestione, anche se, a ripensarci, è meno singolare
di quanto mi apparisse. Ma c'era, in questa metamorfosi dell'uso,
una sorta di infrazione linguistica, di trasgressione lessicale,
di disponibilità ambigua, che accompagna come un destino
la parola anche nel suo impiego moderno. Colazione è
il primo pasto della mattina, ma può essere, ci informa
il Lessico Universale Italiano, la leggera refezione serale
di un giorno di digiuno; può diventare un pranzo misurato
di mezzogiorno, ma non le viene negata l'eventualità
di essere "lauta". I linguisti sembrano accordare
con riluttanza questa estensione del significato, amanti come
sono, in genere, di una dieta puristica: ma l'uso e la gola
trasformano le tentazioni in diritti e del resto, come diceva
Pietro Verri, se il mondo dipendesse dai grammatici scriveremmo
carrozza con due erre, ma andremmo a piedi.
Nel titolo di questa raccolta Paolo Ruffilli la parola colazione
si accompagna a un aggettivo, "piccola", che dovrebbe,
circoscrivendo il significato, eliminare l'ambiguità
e che invece, secondo la strategia fintamente riduttiva dell'autore,
non fa che aumentarla. In italiano piccola colazione appare
come un calco immaginario di petit déjeuner: in fondo
è una espressione che non esiste. Che poi taluni albergatori
sostituiscano la prima colazione con la piccola rientra in
quelle invenzioni che trovano nell'ignoranza il terreno più
fertile e, diciamo pure, provvidenziale. Ci si rammarica che
la tradizione abbia una memoria intermittente, quando non
malferma: ma quale mostruosità diventerebbe se ricordasse
tutto?
Dunque piccola colazione è un prestito allusivo, una
nuova infrazione dissimulata, una trasgressione accattivante
e sorniona perfettamente in linea con i sei poemetti che formano
la raccolta. Io credo nell'enigma trasparente dei titoli,
quando, come nel caso di Ruffilli, siano il compimento di
un lavoro di anni e suggellino la maturità espressiva
di un'opera. E infatti questo mondo poetico è gremito
di piccole infrazioni e trasgressioni, che rientrano apparentemente
nella norma e invece minano il significato e i fondamenti.
Le prime infrazioni sessuali di Malaria, che scoprono l'altro
se stesso nello specchio, non sono tanto l'iniziazione, trepidante
e goffa, all'autoerotismo - come se l'erotismo potesse fare
a meno del prefisso - quanto le prime infrazioni linguistiche
delle parolacce, sfida spericolata alla autorità ("Intanto,
dappertutto/ Dio ti vede").
E le prime trasgressioni coniugali di Fu vera gloria?, compiute
nel luogo più sicuro - in casa - portano, più
che all'adulterio, a un diventare adulto, ovvero a crescere,
secondo l'etimologia della parola. Non la crescita di cui
si favoleggia nelle interviste - non si fa che crescere, che
cosa faremo da grandi? - ma quella della propria controfigura,
sempre più accorta e elusiva: "Riservato e un
po' introverso/ inappuntabile, a vederlo,/ ossequiente di
ogni autorità./ Lui che risponde serio:/ "Ma si
figuri, per carità"./ Elegante, sì, e gentile/
molto discreto sempre/ accolto ovunque con favore./ Sia pure
ma
lontano/ fuori scena, lui si sente,/ neppure poi
in agguato/ e più in difesa, quasi/ del tutto assente".
Per amore o per forza prefigura, già nel titolo, il
tipo di alternative che la passione concede all'amante: e
i dialoghetti che interrompono, con inserzioni di iperrealismo,
la convenzione degli sfondi piccolo-borghesi ricompongono,
più che lacerare, quel tessuto di menzogne con cui
la sincerità cerca di esprimersi.
L'assedio di Costantinopoli introduce le distorsioni ottiche
di un cannocchiale alla rovescia, avvicinando la realtà
solo per rimpicciolire, attraverso un confronto con la storia,
le turbe collettive. E Prodotti notevoli introduce a quel
mondo di litanie superstiziose che è diventata la scuola.
Né manca, tra quinte fatiscenti e fondali di polvere,
l'invocazione al padre, liturgia domestica che non si sa se
propiziatoria o esecratoria: "Padre potente/ arbitrio
comando/ signore che prende/ che regge le fila/ che muove
e sostiene/ dominio e licenza./ Padre che è assente/
sole lontano/ ignoto mestiere/ enigma che incalza/ diverso
e straniero/ limine termine fine./ Padre splendente/ pensato
e sognato/ tenuto soltanto per mano/ guerriero tornato/ per
poco disposto a restare/ giocare parlare una volta/ babbo
papà".
Ma All'infuori del corpo, che impone alla persona amata riti
rassicuranti, svela crepe più sinistre e temibili:
"È la cancellazione/ progressiva delle/ presenze
care e note,/ il conto che comincia/ a non tornare. Il/ margine
sempre più/ sottile, man mano/ che si fanno falle/
e vuoti tra le file".
Per costruire questo romanzo di formazione autoironico questa
commedia in sei atti Ruffilli ricorre a metri tra Metastasio
e Gozzano, ad ariette di una musicalità incalzante
e insieme dimessa, che scandiscono i punti nodali del processo
di maturazione: il culmine, lo sappiamo, è la rassegnazione
all'evidenza, Che in questo caso è "Necessità
di presidiare/ un fianco, con la/ conseguenza di/ tenere senza
essere/ disposti per intero/ ad aderire. E, poi,/ il peso
scettico/ di fronte all'evidenza/ che ti assale, che/ comunque
e sempre/ tutto sia destinato/ a finir male". E i versi
che chiudono la raccolta chiudono anche l'accesso a ogni alibi
(altrove) consolatorio: "Eppure, intanto,/ arresi all'evidenza/
di andare navigando/ alla deriva".
Rapido, lieve, ironico Ruffilli ha una grazia compositiva
che sa fondere in sequenze unitarie dialoghi, racconto, immagini.
Eppure, grazie alla orchestrazione dei ritmi, alla variazione
dei toni, ai cambiamenti di andatura, le sequenze rivelano
una natura musicale, una trasparenza lirica. E proprio attraverso
la convergenza delle scelte espressive Ruffilli offre al problema
dei generi non una nuova incognita, ma la felicità
di una soluzione.
GIUSEPPE PONTIGGIA in Piccola
colazione, Garzanti, 1987
REPERTO DEL DOLORE
La bella citazione da Roland Barthes che Ruffilli ha posto
a epigrafe di questo libro può indurre (e, per quanto
mi riguarda, mi ha fuggevolmente indotto) a un curioso errore
"ottico". Per qualche istante, ho supposto che il
titolo del libro di Ruffilli derivasse, per rovesciamento,
da quello del libro di Barthes da cui la citazione è
tratta: Camera oscura, cioè, al posto di La camera
chiara. Naturalmente, la ragione non ha tardato a correggere
l'errore: non era affatto così: è il titolo
di Barthes a ribaltare qualcosa, precisamente un'espressione
corrente, mentre quella di Ruffilli la raddrizza e la reintegra,
quell'espressione, nella norma semantica (anche se, beninteso,
non senza un suo alone di ambiguità, di sensi ulteriori).
Rimane, dunque, la citazione in quanto tale, la portata reale
della frase di Barthes che Ruffilli ha ritagliato e idealmente
incorniciata quale monito a se stesso e ai lettori. E, in
essa, salta subito all'occhio la gravità e la pregnanza
di questo avvertimento: "Per voi, non sarebbe altro che
una foto indifferente (
) per voi, in essa, non ci sarebbe
nessuna ferita."
Il riferimento è tanto esplicito quanto illuminante,
sottilmente illuminante. La camera oscura è, infatti,
la paziente, minuziosa ricostruzione di un romanzo famigliare
a partire dai "segni", dai "dati" (sono
parole che trovo nel testo) costituiti da un insieme - forse
uno o più album - di vecchie fotografie. Non importa,
qui, dire di quale romanzo si tratti; già l'espressione
"romanzo famigliare" allude, lo si voglia o no,
a un groviglio di pietas e crudeltà, sprofondamento
e distacco, che è comunque, appunto, un intrico, un
"intreccio", a prescindere dai modi, dai nodi materiali
della vicenda. Quel che importa, mi sembra, è invece
suggerire quale sia l'ampiezza dello spettro, del campo espressivo
dentro il quale, e attraverso il quale, l'indagine si fa partitura,
la ricostruzione poema; un'indagine che si misura proprio,
a mio avviso, dalla divaricazione fra la "ferita"
cui Barthes (e Ruffilli tramite Barthes) si riferisce per
negare l'estensibilità ad altri che al soggetto, alla
prima persona, e la scelta di neutralità, di oggettività,
di secchezza che appare, a prima vista, come la tonalità
dominante del testo di Ruffilli. Voglio dire che la traiettoria
del gesto espressivo compreso in queste pagine - e di cui,
simmetricamente, queste pagine sono la dilatazione, il "corpo"
- va dal riconoscimento, dall'accertamento della ferita, qualunque
essa sia (e prima ancora dalla sua ricerca, anzi dalla ricerca
del corpo che l'ha inferta), alla sua cicatrizzazione simbolica,
al rito del suo disseccamento nella pratica del linguaggio.
Ma in una poesia, si sa, il tempo non esiste , o meglio non
esiste la "freccia" del tempo, la sua irreversibilità,
cosi come non esiste nei sogni; ed ecco, allora, che la traiettoria
appena descritta può essere vista (anzi, è senz'altro
vista nella realtà della lettura) anche nel senso opposto,
cioè secondo la direzione che porta dalla cicatrizzazione
della ferita alla scoperta della ferita, dalla normalizzazione
del dolore al suo avvento. (In ogni testo poetico, del resto,
l'invenzione della croce è al tempo stesso il punto
d'arrivo e il punto di partenza di ogni possibile metafora
della passione.)
Un discreto conoscitore della poesia italiana di questo secolo
non tarderà a riconoscere nei versi di Ruffilli la
continuità di una nobile tradizione, fatta di povertà
raffinata, di musica contratta, sino al limite estremo dell'udibilità,
che ha il suo riferimento più alto nella poesia di
Giorgio Caproni; e penserà, allora, a certe tangenze
anche tematiche fra il romanzo famigliare presente nella Camera
oscura e l'indimenticabile romanzo di Annina nel Seme del
piangere. Ma altrettanto facile, e certo doveroso, sarà
avvertire come Ruffilli operi sulla sua materia verbale e
sentimentale con una sorta di tenacia e impassibilità
"scientifica" che non è di Carponi e rispetto
alla quale la fissità propria dell'immagine fotografica
costituisce, insieme, un "movente" e un correlativo
formale.
Più di queste divagazioni araldiche, tuttavia, conta
l'in sé del lavoro di Ruffilli, la sua interna e ossessiva
coerenza. Credo che Ruffilli abbia molte ragioni, e certamente
tutti i diritti, di rivendicare come centro della sua ricerca,
per citare un suo frammento, "il dato, ma non/memoria
o nostalgia". Il dato, il segno, certamente - resi, nella
pronuncia, quasi minerali, come reperti fossili di un'altra
era, l'era antichissima o futura del dolore.
GIOVANNI RABONI
in Camera oscura, Garzanti, 1992
PAOLO RUFFILLI E LA CRISI DELLA MEMORIA
La terza raccolta poetica di Paolo Ruffilli (Notizie dalle
Esperidi, Editrice Forum, Forlì 1976, pp. 90, lire
2000) nasce "in economia ": voglio dire che si genera
al culmine, o ad un punto comunque assai avanzato, di un procedimento
teso a distruggere precedenti e necessarie impalcature
retoriche, nellaccezione specifica del termine, senza
che una controretorica si profili, per scelta, a surrogare
quella di cui si attesta la cancellazione (o quanto meno la
consumazione). Perfino il titolo, Notizie dalle Esperidi potrà
apparire a qualcuno indicativo di questa nuova mira, accoppiando
nel proprio sintagma felice una entità mitica
con la quale si era già caparbiamente incontrato e
scontrato quasi programmaticamente il libro di esordio, La
quercia delle gazze, del 1972 e la distruzione di quel
medesimo luogo di riferimento favoloso (le Esperidi, sintende)
attraverso luso della "notizia", o meglio
di montaliane "notizie", che certifica lavvenuta
visitazione della sede e pertanto la sua irrevocabile, ormai,
vanificazione: insomma la perdita, o lusura, di un "senso"
dato e convenzionale.
Ma non vorremmo attribuire ad un titolo valori più
ampi di quelli occasionali che non di rado un titolo assume
e detiene, sgorgando, come può accadere, anche casuale
(ancorché, nel profondo, non si dia poi gratuità
alcuna). Osserviamo piuttosto come vengano a ripartirsi le
Notizie fornite da Ruffilli: tra un proemio e una clausola
di esemplare asciuttezza ambedue e a mio parere, anzi,
sono i luoghi eccellenti dellintero complesso, per quanto
concerne il modello di pronuncia melodica scorrono
quattro sezioni a prima vista diseguali per temi e per vastità,
per timbri e preoccupazioni, però di fatto riducibili
a un denominatore comune che risulta essere il principio (lordine)
di mortalità, quando non di morte tout court.
Il libro è infatti un repertorio di epigrafi, espresse
o implicite. Sappiamo bene come esista anche una retorica
dellepigrafe, una sorta di sottogenere pesante, fastidioso.
Ma lepigrafia di Ruffilli, si volga a commentare il
vissuto ancestrale familiare oppure altre avventure affettive
di cui lio si offre a ravvicinato protagonista; o si
tratti ancora della suite sepolcrale depilogo dove le
figure non pertengono al novero dellesperienza personale
dellio -, questa intenzione e intonazione depigrafe
in Ruffilli sgretola distinto prima ancora che per convincimento
e per calcolo, le regole della commemorazione in ogni luogo
del suo nuovo libro. E se qualcuno ha osservato in precedenza
che questo giovane scrittore muove non isolato in questimpresa,
daltronde un ipotesi di poesia che viene a contendere
con se stessa, ininterrottamente, oltreché con la Poesia
come categoriale nozione, da parte nostra vorremo far proseguire
quel concetto suggerendo che le Notizie dalle Esperidi contestano
un ruolo alla poesia abituale in quanto mirano a sommergere,
nel corpo della poesia, la preminenza che vi ha goduto la
memoria.
Se lultima raccolta di Ruffilli mostra come nostra
una sua netta originalità, essa si rivela, meglio
che nella forme o nei registri sonori pur sempre esperti,
nella tenacia con cui a combattere la tradizionale reggenza
della memoria il poeta non convoca occasioni e incontri se
non memoriali.
In una parola: gli oggetti del ricordo salgono (dalla sfera
del ricordo) a dichiarare sulla pagina la loro inutilità,
la loro renitenza a venire adoprati tanto nelluno che
nellaltro dei sensi testimoniati in questultima
stagione letteraria in due importanti "album di famiglia"
(di Lalla Romano e di Nelo Risi: in chiave fermamente commemorativa
luno, in chiave di autoanalisi indiretta ed infine politica
laltro). Lo "stato di confusa situazione"
denunciato ad apertura di libro da Ruffilli insieme alla "tentata
relazione/ tra un oggi/ invano organizzato/ e quel che ieri
ha teso/ ineludibile tracciato", il "il compromesso
di parole/ vissuto e mai accettato" che si ripete nel
testo depilogo dove risulterà tuttavia "sempre
compromesso" anche il "momento, prassi della storia"
poiché l"agire" non viene accettato
come "soluzione", tutto ciò sembra accreditare
non soltanto limpressione di una crisi della parte della
memoria già concepita come inesauribile moto di spola
fra due distinte sedi desperienza ma, più largamente,
certifica la disfunzione dellapparato normativo idea-segno-parola
quale si enuncia a suggello della raccolta.
"Condizione è lidea/ (loscuro punto
di invenzione),/ strumento dellidea il segno/ la parola":
il timbro risuona addirittura reboriano, ma lestrema
praticità del dettato risponde invece, ora, ad una
frustrazione della prassi, destituita dei suoi caratteri "esecutivi"
rispetto al piano della dizione. Quell"idea"
che Rebora rinveniva "nelle faccende" ossia nellazione,
sessantanni più tardi si converte nel ragionamento
poetico di Ruffilli, in rinnovata dominante, nei cui riguardi
non si prospetta unautonomia del segno. Piuttosto, lidea-
condizione contestualmente annunciata provoca lidea-segno,
ma sempre tenendola sotto uno stretto controllo. A questo
punto, e in una luce simile si chiarisce meglio ciò
che proponevo allinizio di questa nota parlando di economia,
di sacrificio, di superamento della retorica.
Non si è espresso con questo, un giudizio di valore
sulla raccolta di Ruffilli? Ebbene, quel giudizio per noi
sta implicito, e assai positivamente, nel coraggio di tutte
le rinunce che abbiamo elencate, e tanto più in quanto
il poeta ha sostenuto superandolo anche il rischio
maggiore, il rischio di una perdita di fisionomia, quando
ha scelto di non orientare né verso lidillio
né verso la protesta il repertorio delle proprie o
delle altrui (inservibili) memorie. Che queste Notizie dalle
Esperidi sappiano mantenere al loro portatore, nonostante
la qualità e la quantità dei suoi dinieghi,
una fisionomia vitale, questo è un dato che non si
dovrà attribuire solamente alla oggettiva forza traente
della idea-condizione ma, in misura complementare, allintelligenza
sorprendente della scrittura che ha saputo gestirla lungo
la traiettoria del libro e fino al suo rigoroso compimento.
SILVIO RAMAT in "La
Fiera Letteraria", 30 gennaio 1977
IN UN SOFFIO
Leggendo le poesie di Paolo Ruffilli, mi è sempre sembrato
di cogliervi, al fondo, la lezione di Ungaretti. E non mi
riferisco tanto alla scansione ungarettiana come istanza di
sillabazione fonica, che mi segnalava lamico Filippo
Maria Pontani inviandomi i primi versi di Ruffilli, quanto
a quel rapporto tra cercare e trovare dentro il quale si muove
linsieme dellopera ungarettiana.
Con questo voglio dire che mi è stato subito chiaro,
fin dallinizio (da quelle prime poesie apparentemente
stilizzate), il tipo di coincidenza che mi portava a leggerle
con adesione: la "parola trovata", appunto, e, insieme,
"la zona del concreto, dellimmediatamente identificabile",
come lha bene definita Giovanni Giudici nella presentazione
del poemetto di Ruffilli, Prodotti notevoli, sull "Almanacco
dello Specchio" mondadoriano n.9. E proprio questo incontro
della parola trovata e dellimmediato concreto, che è
la cifra della poesia di Ruffilli, è il senso vorrei
dire attestato in evidenza dalla serie del Diario di Normandia.
Lossessione dei minimi accadimenti, dei luoghi e delle
circostanze, salvata dal progetto di un diario, che testimonia
una vicenda al di là delle apparenze e delle abitudini;
e la sua dinamica, consegnata a una scansione breve, dal timbro
lieve, frutto del più raffinato artificio. In un soffio
che, tra una battuta e laltra, traduce la perplessità
in distacco. Proprio come già al suo esordio, anche
se in forme allora un po più secche; in quella
Quercia delle gazze, che io continuo a considerare il passato
poetico per molti aspetti straordinario di Ruffilli e le radici
vere del suo lavoro presente.
VITTORIO SERENI in "MUSA",
I, n. 4 (bimestrale) novembre-dicembre 1983, poi in Diario
di Normandia, Amadeus, 1992
SUI "PREPARATIVI PER LA PARTENZA"
In ogni racconto a costituire il corpo del "debutto"
narrativo di Paolo Ruffilli, si delinea una vettorialità
oscillante tra il de/lirio (nell'accezione etimologica latina:
uscire dal liro, dalla misura) onirico, quando la realtà
nel suo spalancare le porte dei quotidiani Inferi si fa insostenibile,
e il rientro forzato nella realtà stessa. Ma il referente
dell'Io (non quello autorale, i cui autocompiacimenti sono,
nel caso, evitati con rara maestria), il puro Io che va oltre
categorie hegeliane, si chiede fino a che punto una realtà
che si dà come acquisita sia epifania di tangibilità
e substantia, o non sia "realtà" sussunta
a categorizzazioni e a classificazioni di comodo. E dunque,
come in una sorta di postulato scaturito da un sofferto esercizio
gnoseologico, oltre che dall'esperienza, si afferma : "non
esiste realtà se non quella che entra in noi"
(pag. 9).
Ruffilli edifica un anti-poiein quale altissima prova di sintesi
semantica, ontologica e, come detto, gnoseologica attraverso
lo studio e la compenetrazione di talune attitudini e stati
socio-esistenziali di varia umanità, sempre in oscillazione
ambiguamente fascinosa tra realtà e fiction al punto
di vanificare quasi (in un sapiente gioco di presenze e assenze)
l'ingerenza dell'io narrante proposto comunque come spettatore
di uno stato di deriva. Le personae di questo intreccio calibrato
attraverso una scrittura limpida e manifestata in chiave apparentemente
rievocativa per il tramite del dispositivo mnemonico in luogo
di quello mitico-immaginale si lasciano sopravvivere in una
sorta di limbo esistenziale fra misantropia e dialogo, paghe
forse, ancorché un consistente sostrato di inquietudini
permei come connettivo l'intero svolgersi del testo, di uno
status quo che contempla un male di vivere di cui si intravedono
i "vantaggi" secondari (come in ogni pathos/logica):
"Non so se è stato un caso. O se fosse già
scritto nel mio destino. Ma la considero la fortuna della
mia vita - mi confessò stringendo la mano della moglie
che gli porgeva la tazza di caffè - Mi ha sottratto
al tormento e all'infelicità" (pag. 104) Qui,
nel non raro ricorso al tema della scrittura e alla sua funzione,
l'ironia formalmente "delicata" ma non per questo
meno intrinsecamente feroce di Ruffilli, si manifesta nell'amara
constatazione di quegli aspetti mondani, codificati e omologanti
che in nome della facile fruibilità e della mercificazione
proseguono implacabili nell'opera di impoverimento e distruzione
dei linguaggi creativi, letterari e non.
Il lavoro del senso affonda, la seduzione dei significanti,
in chiave concettuale percettiva affettiva, affiora come a
rigenerare, declinandole in modo del tutto inusitato e fuori
dalle pastoie in cui si arenarono le sperimentazioni basate
sulla scrittura automatica, le istanze più profonde
del pensiero surrealista proprio là dove l'architettura
di Ruffilli sa spaziare con rara agilità fra sogno
e realtà distruggendone, sempre col mezzo di enunciazioni
delicate, le tentazioni di autoreferenzialità.
Tutto ciò chiamando in causa la prima persona, l'Io
narrante quale dato pre- testuale in prospettiva di una paziente
quanto tenace opera di demolizione.
Significanti che nulla significano, quando alla parola è
consentito di raggiungere il luogo utopico ove lo sradicamento
da ogni sede o punto di riferimento (e nello svolgersi narrativo
ogni indugio sul descrittivo è avaro, se non per poche
calibrate pennellate quasi sempre in bianconero) obbligato
diviene irreversibile. Impossibile, ormai, frenarne la spinta
a varcare ogni confine, a spingersi sempre più oltre
in un moto di incessante erramento. Verso regioni che nessun
orizzonte può più contenere, e nessuna demarcazione
racchiudere entro i termini di un territorio circoscritto
una volta per tutte. "Si può fare tutto, ma avendo
l'accortezza di non dimenticarsi che si tratta di una finzione"
Così avverte, emblematicamente, l'anziana ex-spogliarellista
protagonista del racconto "Schiava d'amore" dove,
attraverso la rievocazione della potenza e degli slanci del'Eros
(pur nella desolata constatazione della costrizione dei ruoli
maschio/femmina ingabbiati nelle caselle precostituite del
controllo sociale), si afferma ancor più l'esilio dal
senso, dalla rassicurante dimora in cui la parola riluce,
e si dà esodo verso oltre ed altro - senza Nostalgia
- allora alla parola si dischiude l'altro versante. Dimissionaria
dal Senso, essa si volge allo spazio del Neutro. Dall'Uno
all'Altro.
Arrischiata nello spazio "mortale" del Neutro, la
scrittura ormai fuoriuscita dall'ordine del Mondo si inerpica
nel silenzioso versante della pagina. Un altro luogo emerge.
Sul cui suolo la catastrofe celebra il suo festoso sacrificio:
gaia scrittura del disastro.
Ruffilli evita di banalizzare in versione psicologistica ciò
che i sensi avvertono e comunque, quand'anche si voglia con
ipotetica chiusura vanificare la "funzionalità"
di alcuni di essi, vi è sempre l'ancestrale sonorità
del presagio ad avvertirci della polivalenza del concetto
stesso di Realtà, se è vero che un'entità
astratta segue la sua realizzazione cangiante, infine, in
evento: "Si cancellano di colpo le distanze. Si annulla
perfino il peso del corpo, in questo tramite globale
L'io governa il sogno di una presenza tentacolare. Dovunque,
sempre più dentro." (pag. 29) Come a dire il confine
(e fine) del Senso, e dunque dei limiti del linguaggio; ma
anche introspezione centripeta di detti limiti evitando ogni
compiacenza metalinguistica: il linguaggio che divora il senso,
scrittura che diviene chiave di letio per una religio del
mondo. E nulla è di ierofanico se si vuole dilatare
il significato di religio. I piani enunciativi sono connessi
al calarsi nel corpus della memoria al fine di rifondarne
le archetipie passando attraverso il post-mito, e dunque la
complementarietà fisiologica di un'origine. In questa
fisicità dei preparativi che a nulla portano (Lo sbarco
a Cythera è sempre rimandato: fortunatamente l'erranza
non ha mai fine a malgrado dei "pericoli" che ogni
iter presenta) vi è una rivisitazione spogliata da
nostalgici accomodamenti per improbabili "età
dell'oro", certo perché maggiormente peculiare
all'oggettivazione profonda dell'atto scrivente/scritto quale
elemento sinoetico fra memoria soggettiva e desiderio dell'essere,
presagio e stupore primordiali, metaforizzazione del Reale.
A riprova di ciò, piace concludere citando il finale
del racconto "Il mare ai monti", dove la voce interlocutrice
così enuncia: "Stupito? - mi chiese a conclusione
della sua storia - Da sempre, se lo ricordi, la superstizione
governa le navi e guida i marinai".
MIRKO SERVETTI in ITALIALIBRI,
gennaio 2004
RUFFILLI NEL FLUSSO ININTERROTTO DELL'UNIVERSO
I diciotto racconti che, preceduti da un prologo, Paolo Ruffilli
pubblica sotto il titolo Preparativi per la partenza (Marsilio,
VE, 2003) non sono che il naturale sviluppo del suo modo di
fare poesia, almeno quello della maturità, a partire
cioé da Piccola colazione (1987) e fino al più
recente La gioia e il lutto (2001). Questa poesia si caratterizza
infatti per testi organizzati come poemetti, o meglio come
collages non soltanto di elementi della realtà esterna,
ma soprattutto di "voci" dialoganti con quella che
propriamente dice "io". Per questo, in nostri precedenti
scritti, parlavamo
di "interni", nel senso che la voce lirica aveva
perduto in lui la tradizionale veste monologica per
assumere - pur restando nell'àmbito dell'interiorità
- l'aspetto di una più moderna, novecentesca
messa in scena di una pluralità di punti di vista.
Così avviene anche in questa raccolta di racconti,
che possono essere considerati anch'essi come "poemetti"
narrativi, con la differenza però che la
voce narrante, quella che dice "io", diventa qui
un giornalista-investigatore che va a intervistare una
pluralità di personaggi eccezionali, più che
eccentrici, che svolgono o hanno svolto le professioni e
i lavori più insoliti e che vivono, dentro e fuori
dei confini d'Italia, in posti strani o isolati. Come,
per esempio, il vecchio capitano di lungo corso che vive su
una montagna con vista sul lago di Ginevra, o il clavadista
cioé il tuffatore nella Quebrada (fessura) di Acapulco,
o il motociclista che
viveva nella cornice di Barcellona per meglio captare la luce
solare. O nel caso più estremo come
l'ermafrodito "che non era riducibile all'uno o all'altro
sesso. A se stante, come eccezione, e non subordinabile alla
categorie usuali: a riprova di un evento improbabile, ma possibile"
(p. 68). Perché in fondo queste insolite professioni
o collocazioni geografiche non sono per Ruffilli che un
pretesto: come dirà ex professo nel prologo, in ciascuno
dei protagonisti de racconti "ritrovo innominata la mia
aspirazione senza seguito. In una consegna totale di sé
all'invasamento [
].
Non c'è cosa più raccontata che non sia frutto
dell'invenzione. Del resto, niente si sa e tutto si immagina.
Non esiste realtà se non quella che entra in noi. Di
ciò che è fuori non possiamo dire, perché
è solo apparenza, o addirittura abbaglio. L'immaginazione
è l'unica via che io conosca per
saperne di più" (p. 9).
Invasata aspirazione, pur senza séguito biografico
per l'autore, a che? Come Ruffilli fa dire a un personaggio,
"la vera vocazione di ognuno è arrivare a se stesso.
E per quanto gli altri ti possano aiutare, a un certo punto
capisci che devi farlo da solo. Non c'è niente che
ti possa assicurare del risultato. Non si arriva alla liberazione
attraverso una dottrina. [
] Solo vivendo in prima persona
il mistero, questo ti si può rivelare" (p. 140).
Giacché il mondo fenomenico esterno è - come
si dice
nelle concezioni orientali - fluttuante: "non riusciamo
a cogliere se non in modo parziale gli aspetti
della realtà. L'orecchio non sente sotto o sopra certe
frequenze, l'occhio non vede che entro limitate bande"
(p. 131). La realtà quindi che, sotto l'aspetto cognitivo,
viene riflessa all'interno della nostra
coscienza appare come la famosa immagine della caverna platonica:
un mero baluginio proiettato sul fondo. In tale condizione
non resta che liberarsi sempre di più da ogni ingombro
cosale, materiale, per tentar d'arrivare a ciò che
è veramente essenziale: a quel gnothi seautòn
che era iscritto sul frontone del tempio d'Apollo a Delfi
e che - modernamente e dopo decenni e decenni di sviluppo
e di pratica degli studi psicologici e psicoanalitici - può
essere espresso attraverso quello che C.G.Jung chiamava processo
di individuazione. Dapprima mediante l'assimilazione dell'inconscio
nell'io, per tendere poi a realizzare quella unicità
della personalità integrale che è
chiamata Sé: "Il Sé è lo scopo della
vita, perché è la più perfetta espressione
della combinazione di destini che si chiama individuo"
(C.G.Jung, L'io e l'inconscio, Boringhieri, TO, 1973, p. 154).
Come dice sempre Jung in un altro contesto: "La domanda
decisiva per l'uomo è questa: è egli rivolto
all'infinito oppure no? Questo è il problema essenziale
della sua vita. Solo se sappiamo che l'essenziale è
l'illimitato, possiamo evitare di porre il nostro interesse
in cose futili, e in ogni genere
di scopi che non sono realmente importanti" (in Ricordi,
sogni, riflessioni, Rizzoli, MI, 1979, p. 382). Per altro
verso il linguaggio adoperato da Jung ("infinito",
"illimitato") ci spiega il versante
religioso dell'atteggiamento rivolto alla ricerca e al disvelamento
del Sé, dato che esso è anche l'archetipo del
divino: "Si può spiegare l'immagine divina come
una immagine speculare del Sé,
o inversamente il Sé come imago Dei in homine"
(C.G.Jung, La simbolica dello spirito, Boringhieri, TO, 1959,
p. 265).
Tutti sanno che Jung criticava il riduzionismo scientista
e razionalista della cultura occidentale, e
che perciò, a compensazione, indicava nelle forme intuizionistiche
o vitalistiche delle religioni e della meditazione dell'Oriente
la via da seguire per correggere tale squilibrio. E' quanto
fa Ruffilli,
che nei suoi racconti si rifà quasi costantemente alla
tradizione sapienziale orientale (sia - per quel
che c'è parso di capire - a quella parte della meditazione
taoista volta alla ricerca della perfezione individuale, sia
alla linea del buddismo zen che ricerca i silenzi interiori
come pratica per giungere al satori, all'illuminazione mistica
con la quale ci si compenetra con gli aspetti visibili del
mondo e con l'unità dell'essere). Quanta parte di queste
parole del personaggio dello scrittore che s'era ritirato
a vivere in Provenza è a esempio direttamente riconducibile
all'autore?: "Il meccanismo si
innescava a partire dall'esperienza progressiva di impoverimento.
Quasi gli risultasse necessario
smettere di avere, per tornare a essere. Come, del resto,
aveva letto nei libri dei grandi sapienti dell'antichità.
E, stilisticamente, il racconto materializzava il successivo
scambio di pieno e di vuoto, di presenza e di assenza. Tanto
era gonfio e tumefatto il linguaggio del ricco intellettuale
alla deriva, quanto era puntiforme e musicale la parola dell'uomo
che aveva ritrovato se stesso perdendo tutto il resto. Prima
non bastavano interi discorsi a circoscrivere piccole verità,
alla
fine poche parole erano capaci di aprire vasti orizzonti"
(p. 108). O nelle parole del marinaio ritiratosi a vivere
su un'insenatura della Manica, nei pressi di Plymouth, in
uno dei più bei racconti
della raccolta (Nell'atto di partire)?: "Mi accorgo,
ogni volta che vado, di essere in cerca. Di cosa?
Di nient'altro, probabilmente, che il puro cercare. [
]
Si continua ad andare, perfino stando fermi,
e si scopre che il segreto sta nel movimento. Si parte dal
niente e si arriva al niente. E quel niente
è il propellente stesso della vita. Cioé tutto.
Ma l'uomo è miope e per paura di scivolare sul niente
si aggrappa al pieno, agli oggetti, alla realtà così
detta materiale. E non si accorge dell'utilità del
vuoto. Bisogna farsi saggi per scoprire il segreto: conta
di più quello che appare nel segno della
assenza" (p. 144).
Un aspetto che può colpire il lettore in Preparativi
per la partenza è il frequente ricorso a coppie di
opposti, sia negli stessi titoli dei racconti (a es. Il mare
ai monti, Il centro e la periferia), sia nei
contenuti di essi (eccezione e regola, ordinarietà
ed eccentricità, ecc.). Dice al riguardo un personaggio:
"Non si lasci ingannare dalla natura binaria della nostra
mente. E' un vantaggio, non
dico di no, quel continuo procedere per necessità di
opzione: bianco o nero, sì o no, maschio o femmina.
[
] E la realtà è molto più complessa,
contraddittoria rispetto ai nostri criteri di conoscenza.
[
] Il principio costitutivo della realtà era
quello della contraddizione: gli opposti, proprio perché
tendevano a escludersi, si legavano tra loro indissolubilmente.
Eccolo, il modo secondo il quale l'energia diventava materia,
con una forzatura eppure dentro il più perfetto accordo
musicale" (p. 68). Il miglior commento, ancora una volta,
lo troviamo in Jung, in un capitolo dedicato al significato
del simbolo unificatore: "Poiché la posizione
intermedia di conciliazione
degli opposti ha carattere irrazionale ed è tuttora
inconscia, essa appare proiettata come dio mediatore o come
Messia. Per le nostre forme religiose occidentali, più
primitive dal punto di vista
conoscitivo, la nuova possibilità di vita appare come
dio o redentore, il quale per amore o per sollecitudine paterna,
ma anche per propria decisione interiore, elimina il dissidio
quando e come,
per motivi a noi ignoti, a lui piace. Il carattere infantile
di questa concezione è evidente. L'Oriente ha individuato
da secoli questo processo e ha costruito una sua teoria psicologica
della salvazione
che sposta la via della redenzione nel campo delle intenzioni
umane. Così tanto la religione indiana,
quanto quella cinese come pure il Buddismo, che collega questi
due mondi, posseggono la nozione di un sentiero intermedio
di efficacia magica, redentore e raggiungibile mediante un
atteggiamento
cosciente. La concezione vedica cerca coscientemente la liberazione
dalle coppie di opposti per giungere sul sentiero della redenzione.
Nella concezione brahmanica del problema degli opposti, il
termine sanscrito per coppia di opposti in senso psicologico
è dvanva. Esso significa anche coppia (in particolare
nel senso di uomo e donna), conflitto, litigio, duello, dubbio,
ecc. Le coppie degli opposti sono state generate dal creatore
del mondo: 'Inoltre, al fine di distinguere le azioni, egli
separò il merito dal demerito e
fece sì che le creature fossero soggette ala coppie
(di opposti), a esempio dolore e piacere' (Manara-Dharmasastra
I, 26). Il commentatore Kulluka menziona queste altre coppie
di opposti:
desiderio e ira, amore e odio, fame e sete, preoccupazione
e illusione, onore e vergogna. 'Il mondo
ha sempre da soffrire a causa delle coppie di opposti' (Ramayana
II, 84, 20). E' quindi un dovere etico di essenziale importanza
non lasciarsi influenzare dagli opposti (nirdvandva = libero,
non tocco dagli opposti), ma elevarsi al di sopra di essi,
giacché la liberazione dagli opposti conduce alla redenzione"
(C.G.Jung, Tipi psicologici, Boringhieri, TO, 1977, pp. 211/2).
Collaterale a quest'aspetto è quello della rivalutazione
del paradosso, attraverso il quale Ruffilli si riaggancia
alla spiritualità gnostica, alla quale peraltro non
fu immune nemmeno Jung in gioventù, come afferma Aniela
Jaffé: "Il libretto (Septem Sermones ad Mortuos)
contiene cenni o anticipazioni metaforiche di pensieri che
assunsero peso successivamente nella sua opera scientifica,
specie per quanto concerne la natura antitetica dello spirito,
della vita e delle asserzioni psicologiche. A spingere Jung
verso gli gnostici fu il loro modo di pensare per paradossi.
Perciò Jung si identificò con lo scrittore gnostico
Basilide (inizio del II secolo d.C.)" (in Ricordi, sogni,
riflessioni, citato, p. 449).
Le lettrici di Preparativi per la partenza avranno modo di
ammirare le alate parole che Ruffilli dedica al tema dell'amore,
in più di un racconto, rientrando esso in quella "superiorità
dell'approccio sentimentale alla realtà, incarnato
appunto nella donna, capace di offrire con naturalezza la
chiave di lettura della vita e del mondo" (p. 109). Per
commentare quest'ultimo assunto lasciamo stavolta la parola
a uno psicologo junghiano, che richiamando la dostoevskiana
"intelligenza del cuore" integra l'immaginare al
sentire in un'unica risposta "estetica": "Nella
risposta estetica del cuore, il momento della sensazione del
mondo non è distinto da quello dell'immaginazione del
mondo, così come invece avviene nelle successive psicologie
derivate dagli scolastici, dai cartesiani e dagli empiristi
inglesi. I loro concetti hanno favorito l'uccisione dell'anima
mundi, perché scindevano la naturale attività
del cuore in fatti propri della sensazione, da una parte,
e dall'altra in fantasie proprie dell'intuizione, lasciando
a noi immagini prive di corpo
e corpi privi di immagine: un'immaginazione soggettiva immateriale
ben distinta da un ampio mondo di fatti oggettivi morti. Il
modo di percepire del cuore, invece, è tanto quello
del sentire che
quello dell'immaginare; per sentire in modo penetrante dobbiamo
immaginare, e per immaginare con precisione dobbiamo sentire"
( James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore,
Garzanti, MI, 1993, p.107).
Infine un lettore frettoloso e disattento potrebbe trovare
nel libro di Ruffilli troppi accenni al tema della morte (che
è tabù nella circolazione mediatica odierna),
fondamentale per capire gli scambi energetici che avvengono
nel mondo e, conseguentemente, lo stesso senso della vita:
"La morte è il più affascinante dei misteri
che ci capitano. Molto più intrigante della nascita.
[
] Con la morte si compie uno scambio di energia. A
un certo punto, la carica abbandona di colpo il corpo per
trasferirsi altrove. E in quella carica c'è tutto.
Come se di per se stesso il corpo, che la conteneva e ne era
animato, non fosse nulla. Solo una macchina, ben funzionante.
Né vita né coscienza appartengono al corpo,
che è solo un circuito" (p. 132).
Preparativi per la partenza, in conclusione, è un libro
che supera di colpo ogni orizzonte "pulp" e
"cannibalesco" dell'odierno panorama della nostra
narrativa. Anche se l'autore non si considera affatto "nella
prospettiva delle grandezze letterarie, [
] ma nel segno
della necessità interiore" (p. 107), è
comunque un libro di un'estrema coerenza estetica e uno dei
pochi - per quel che ne sappiamo - che si prefigga di indicarci
qual è il senso della vita. Per questo non possiamo
non sentirci coinvolti nel suo memento finale: "In fondo,
con i nostri preparativi per la partenza, ci alleniamo al
viaggio più avventuroso che ci attende: ai confini
di noi stessi. Tutta la mia curiosità
[
] è concentrata ormai su quella stretta gola.
Scivolando di là, l'ipotesi più attendibile
per l'esperienza che ho fatto da viaggiatore è che
la strada continui" (p. 146).
SERGIO SPADARO
OSCURITÀ E CHIARORE, PAROLA E SILENZIO NELLA POESIA
DI RUFFILLI
Di notte le cose paiono più chiare: è con loscurità
infatti che si vede la luce, la riposata luce delle stelle
occhieggia a notte calata.
E ancora, così come loscurità e la distanza
rendono ciò che è chiaro chiaro a se stesso
e ciò che è distaccato e reciso più unito
e più prossimo alla nostra vista, così il silenzio
fa della parola un arcipelago: sfibra da dentro linterminabile
verbosità e restituisce lessenziale.
Camera oscura di Paolo Ruffilli è giocata palesemente
sulla prima di queste varianti: oscurità-chiarore;
più nascosta quasi invisibile, appare la seconda: la
coppia silenzio-parola.
Camera oscura: come se loscurità rasentasse il
chiarore, lo definisse, o meglio, lo tutelasse. Camera oscura:
ambivalenza tra limmediato venir alla mente del luogo
in cui si sviluppano le foto e la metafora del lontano, del
nascosto: una camera che è oscura per lappunto
("
Per quanto rilevato/ in molti luoghi e/ aspetti,
tanto/ più nascosto
. che vivere sia come/ scoprire
qualcosa/ di interdetto/ e di proibito,/ che tutto nasca e/
cresca di nascosto,/
").
Quanto io vedo sono delle foto: altro non vedo. Nella parte
prima di ogni componimento è dimostrato il dato ("non/
memoria o nostalgia,/
"): figure e personaggi nascono
dallesile tratteggio cui non sfugge lo spazio benché
minimo posto in rilievo da unarchitettura lontana: la
memoria, in questa sorta di parte chiara solare, precisa,
in cui prevale il nitore sulloscurità, lesplicito
sul non detto.
In questa sorta di "camera chiara", la scrittura
è piacevole, luminosa, ("nel cerchio doro/
del salotto/
nella/ tavola inclinata/ sul mare che li
abbaglia/ al varco della sera/ "), e comunque ha il sapore
di ciò che è aperto; rappresentazione di uno
spazio ora quieto ora mosso, ma pur sempre vivace, schiuso
("Sul lungo mare/ in piena estate/ Tenuto per la mano/
alla ringhiera,/ dal ponte fisso il mare/
appoggiato/
con la spalla al/ muretto del terrazzo/
"). Anche
quando si tratta di ambienti chiusi i luoghi della "camera
chiara" sono sempre luoghi di relazione e ben spesso
lieti ("
La tengo perplesso,/ per un dito,/
Mio
padre/ giovanissimo, insieme/ ai suoi compagni/ (
)/
Scherzano,/
Sorridente, però/ anche lontano/
la mano tesa a salutare/
Ride con qualcuno,/
davanti, che -si/ suppone- laccompagna,/
");
pure gli oggetti e ancor i più vestiti vivono di questo
clima: oggetti pronti fisicamente ad aprirsi; oggetti minacciosi
solo per gioco; vestiti esuberanti, ricercati, minuti, allegri
("
nellanta che si/ apre piano/
un cane
truce, ma impagliato/
Ho una maglietta/ larga, che copre/
gli altri panni/
il piccolo vestito/ gonfio stretto
al/ laccio, con tutta/ la ricchezza/ sotto il busto/ e le
spalle ornate/ di perlina./
Un grembiulino/ chiaro i
calzettoni/ a righe (
)
Lo chemisier/ frizzante
e/ una borsetta bianca./
Il charleston di raso/ con
fiori di paillette/ e frange di perline/ sulle gambe nude./
Le scarpine décolleté/ col nastro./
").
È così che la fotografia si dà a vedere:
ma il dato non è tutta poesia: la "camera chiara"
è solo una parentesi, chiusa la quale già si
è a contatto con i battenti di una camera oscura (la
"camera oscura" della Camera oscura).
Le parole iniziano allora a farsi più pesanti, più
gravi e a presentarsi con legami di significato inusitati,
paradossali. Affiora una grammatica delleco e la figura
della distanza cresce a dismisura ("La parola, per me,/
veniva da distante./
Mia madre, amata/ e, per amarla,/
tenuta più lontano./ (
) Rivista a tappe/ da una
mia vita/ autonoma e distante../
guidandolo lontano/
Allontanato da me/ e, in gran parte, escluso/ da ogni
possibile futuro/. .. Loscuro delle/ rette divergenti/
da un punto/ sulle carte/ allinfinito/
").
Questa distanza, questo senso della lontananza -lungi da quanto
ci possiamo aspettare- non fa i conti con una struggente elegia
del perduto: è distanza-vicinanza, un condividere il
senso del tempo veterotestamentario e parimenti quello evangelico:
chi si volta indietro rimane statua di sale (e, se si ama,
non si deve volgere lo sguardo a ciò che sta alle spalle).
Il tempo di Ruffilli, in parole schiette, è un anti-tempo;
un tempo che si ribella al tempo; è il tempo che ci
si porta dentro, punta di freccia. Come la cultura indiana
non ha mai forgiato il senso dellavere (non esiste il
verbo avere nellhindi), così la cultura ebraica
se da un lato rinnova in un certo qual modo il veto indiano,
dallaltro toglie dalla scrittura il presente: il presente
è lEterno e colui che dispone del presente è
Dio. In Paolo Ruffilli se mi è concesso il paragone-
il tempo presente non è mai unisola che affoga,
premuta dalle acque torbide del futuro e da quelle ancor più
torbide del passato: è bensì la forza, è
lessenza del reale e tutto ciò che è stato
vi riaffiora in con-ti-nua-zio-ne.
Il massimo della distanza contiene perciò sempre la
forma della vicinanza; anzi, si vedono tanto più le
persone e le cose quanto più la loro luce è
fatta passare attraverso il prisma crepuscolare della solitudine.
Altro dettaglio: il dolore. Ne accenna così Raboni:
"La traiettoria del gesto espressivo compreso in queste
pagine (
) va dal riconoscimento, dallaccertamento
della ferita (
) alla sua cicatrizzazione simbolica,
al rito del suo disseccamento nella pratica del linguaggio".
Appare più volte un dolore improvviso che, se lo si
potesse collocare fisicamente, avrebbe per luogo ideale le
vie del respiro. Accade proprio come se lautore ci desse
limpressione di rimanere senza fiato, e costringesse
quindi il lettore a fare altrettanto ("Ma non la riconosco/
-pausa-
Poi, scocca lora/ che uno neanche
teme./
-pausa- Scoperto per caso/ da mia madre/ sdraiato
a letto,/
-pausa"). Il dolore di Ruffilli non è
mai tuttavia un dolore che trabocca, la pagina non ne rimane
devastata; è dolore sottile, inavvertibile; a volte
un tacere, una scia infinitesimale: come se a parlarne fossimo
nelle condizioni descritte da una poesia: "
tenuti
il dopopranzo/ con il capo sul ripiano/ nel dovere di stare/
silenziosi, guardarsi/ magari di nascosto/ e ridere sepolti./
purché non colti/ di sorpresa/ e messi allangolo/
".
Inaspettatamente, questo infinitesimale a volte avanza da
un nucleo irriducibile ed immanifesto, similmente alle condizioni
in cui giungesse a noi per un pertugio dellacqua dal
vano accanto, e si scoprisse poi che quel vano ne è
una riserva inesauribile: parimenti, il dolore di Ruffilli
rinvia ad un misterioso incorporeo continuum ("Laltro
capo del filo/ che mi tira./
").
Nei dialoghetti di sapore metastasiano che costituiscono unopera
scritta anni addietro, Piccola Colazione, questo carcinoma
interiore è descritto nei termini che seguono: "Pare
che al mondo/ non ci sia una storia,/ che manchino contorni/
definiti, che tutto/ avvenga, da un certo/ punto almeno, per
inerzia/ o per pressione di un vuoto/ che acquista moto e
spazio/ nel procedere dei giorni/ fino a farsi pieno".
Ebbene, se Raboni ci avvisa della forza presente in Camera
oscura, di una poesia che è liturgia del risanamento,
cicatrice e sutura, il Ruffilli più giovane mostra
che ogni falla ricucita ha sempre per sfondo un paesaggio
di gole e crepacci: pozzi, coni di vulcani, precipizi. In
Piccola Colazione cioè, in questo pasto residuale che
esaspera la fame anziché diminuirla, in questa sorta
di colazione anoressica, il vuoto dilaga da più parti,
aggredisce ogni minimo accadimento ed investe i personaggi,
riducendoli uno ad uno ad una finzione, ad una comparsa ("specchio
di sé/ ad una sua spoglia"). Ogni sforzo lenitivo
del linguaggio cui sembra si affidi gratuitamente lesperimento
mnestico della Camera Oscura, rischia di diventare solo lillusione
di uno sforzo se non si capacita con queste radici, se non
ha il coraggio di sostare presso linquietudine impudicamente
aperta in Piccola Colazione: "
così, aperta/
gonfia, illividita,/ anche se non più/ del tutto sanguinante,/
la ferita". Non diversamente del resto avviene al poeta
bambino in Camera Oscura, il quale si trova a combinare incroci
di parole sul quadrante sorretto dallincerto appoggio
di una sedia, come se la vocazione al linguaggio e il senso
dellinstabilità fossero luna lo specchio
dellaltra.
In Piccola Colazione tutto questo ha il "segno della
fuga/ e dellassenza, del/ marcio e delloscuro,/
del regno perso/ appena conquistato,/ del porco che si gonfia!/
ed è sgozzato, del/ mucchio di neve/ sciolta in niente";
nellultima raccolta l"oscurità"
lascia invece trapelare là dove saddensa
più nero lo strato della caligine- un senso provvidenziale:
qualcosa si dà a vedere; il non-senso lascia una traccia,
unombra di senso; la palafitta della solitudine ospita
un villaggio; il segno linguistico non è più
e solo laltro dalla cosa ma, nellatto di pronunciarla,
la rende depositaria di se stesso: di significato.
Esiste per il poeta "un alfabeto,/ perfino dallabisso,/
del non senso"; esiste "la scoperta che/ i tanti
minimi/ e spaiati tratti/ appartengono allo stesso/ sistema
generale/ fatto di parti/ e di rapporti/ che hanno perfino/
un senso nel loro/disordine totale".
Nel de-serto (de-sertum), nel disintrecciato, si dà
a vedere un intreccio: esili fili si ricompongono e danno
il senso di unimpronunciata attesa.
PAOLO TORRESAN in "I Quaderni del Battello
Ebbro", n.22, giugno 1999
"IL TUTTO È POETICO"
DI PAOLO RUFFILLI
1) L'incommensurabile duttilità delle forme
e la indefinita dovizia di contenuti (tutto è poetico,
la differenza è nel ritmo e nella tonalità)
fanno della poesia il cosmo più illuminante tra le
arti: il racconto non è poesia ma la poesia può
raccontare; non è teatro ma può rappresentare,
non è narrativa ma può narrare. Paolo Ruffilli,
con abile maestria, ha creato, per sé, una singolare
modalità del comporre, che si esplica nella cornice
di una progettualità di tipo narrativo ma di tono poetico
(velocizza e rafforza la tensione del linguaggio piegando
la frase a brevissimi versi, folgoranti come dardi di luce).
Subito è stato notato il carattere di compattezza narrativa
di Ruffilli, tanto che sono stati definiti Piccola colazione
un "romanzo di formazione autoironico"(Pontiggia),
Camera oscura un "romanzo familiare" (Raboni), La
gioia e il lutto un "diario privato" (Mengaldo).
Romanzo, diario connotano la costante antilirica, mimica di
una prosaicità vitale, nella quale il pensiero sa dare
il taglio alle azioni, agli accadimenti in un'ampia variabile
di luci e di ombre, in una sorta di monologo perscrutante
e doloroso. In Ruffilli agisce la prestoria concepita tutta
intera nell'astrazione genetica, non provando alcun interesse
per la psicologia, per la costellazione delle emozioni, per
l'ambientazione storica e di costume, avventurandosi con delicato
equilibrio nel delineare, per frammenti svincolati dalla logica
di successione (enti tipici del narrare), situazioni e motivi,
evocati per balzi e a strappi, sotto un rigoroso controllo
del pensiero che sceglie la parola, con asciuttezza e parsimonia,
spingendola a dire e a non risuonare. Ruffilli ha piena coscienza
della esecuzione stilista e normativa. Egli non è nel
mezzo fluttuante e spasmodico delle vicende, ma al di fuori,
a calcolata distanza, perciò è in grado di dominare
i suoi sensi a non sforare oltre la regia della sua volontà.
Tutto è già accaduto, i vivi sono morti, pertanto
nello scatto della creazione ad agire nella costruzione dei
mondi è la parola, che gli giunge da "distante",
esiste prima degli atti (è quindi, kantianamente, un
"apriori" semantico), e, rompendo la cortina dell'inesistenza
(in quanto non più esistente) eccita il desiderio di
mettere in scena la storia e privata e sociale: il tormento
della malattia, l'odore del sesso, il piacere dei primi amori,
la spina di una società indifferente fino al dialettico
contrappunto di valori perdenti, quali la gioia e il lutto.
Il pensiero, in tale fattura creativa, regge la dinamica per
pulsioni, per frammenti di dialoghi, per frasi memorabili
- residui di episodi di vita smodati, come se fossero rimasti
conficcati nella mente di chi ha vissuto quei momenti: se
Gozzano è dentro alle sue atmosfere, Ruffilli si tiene
fuori, usando un tono distaccato. La drammaticità quando
emerge è contenuta nell'incisività rigorosa
del verbo.
2) I testi di Ruffilli (Piccola colazione, '87; Camera oscura,
'92; La gioia e il lutto, '01) si sviluppano in omogeneità
(che non è uniformità), incarnano uno stile
simigliante ma duttile e "sciabolante". Infatti
la verticalità strofica, costituita da quinari, senari
e settenari (raramente si va oltre tali misure) è indice,
dentro alla lucida sorvegliatezza della materia, di una inquietudine
nascosta e sotterranea. L'andamento frastico mima docilmente,
nella sua ragione essenziale, il registro della prosa: la
piegatura crea il suono della rima, il nesso allitterativo,
elementi che arricchiscono il ritmo e danno al disincanto
programmatico del poeta un senso nervoso e scattante: Per
questa densità semantica, allora, il pensiero si contrae
e l'animo sente il dolore della vanità della storia,
della vanificazione delle cose che non esistono (tutto è
già esistito): in Ruffilli si instaura una lotta tra
il nulla della storia e della realtà che "più
toccata e presa, più/ sfuggiva inconsistente ai cinque
sensi". La terza persona unidimensionale (la datità,
i fatti) e la prima (voci che emergono dalla rappresentazione
accanto alla voce del poeta) fanno da contrasto in quanto
funzione del pensare e del riflettere. In Piccola colazione,
in cui il poeta mette in essere l'originaria messinscena della
progettualità, opera concepita come luogo del narrato
disperso e frammentario (per i tanti livelli che sono nella
testualità) l'ambiente è quello piccolo borghese,
in una serie di interni privi di paesaggi e di orizzonti (questi
sono invero solo mentali e morali, e connotano fervidamente
il corpo malato dell'ultimo libro). L'utilizzo dello specchio,
topos letterario, serve a creare lo sfondamento della interpretazione
nella lacerazione della coscienza iniziatica, perché
senza il riflesso ciò che è non appare, mentre
con il riflesso ciò che appare è: ed è
l'adolescenziale scoperta del sesso e dintorni, le trasgressioni
coniugali, i giochi amorosi, l'insincerità e l'ambiguità
del rapporto, insomma tutto quell'armamentario borghese che,
filtrato dal severo spirito del poeta, è presentato
nella natura di un'ineluttabile ripetibilità. Nonostante
la distanza che prende dagli eventi il poeta avverte, nella
meditazione del suo canto/disincanto, un senso di perplessità,
di smarrimento: "nel punto estremo e,/ormai, non più
lontano:/alla foce del fiume,/a un passo, ad una spanna/dalla
frontiera, chi c'è/o cosa
che mi salvi/dal salto,
dalla condanna" (dove nel profondo agisce bene assimilata
la lezione montaliana). In Camera oscura, Ruffilli concentra
la sua mente su un "pacco di foto", di cui "per
convenzione /l'urlo è muto e /sta bloccato il corso/nella
sospesa evoluzione,/avanti e indietro". Al cospetto di
un tempo, di un luogo, di una civiltà il poeta si trova
congelato, quantunque sia conscio che tutto è silenzio,
passato: "Tutto è già accaduto [il "distacco"
e la "distanza" sono in quel tagliente "già",
concetto ben presente nel tempo composto]/e viene lì
accertato/con minimo distacco". Allora l'immaginazione
dà movimento, di scena in scena, a luoghi, figure,
odori, colori in un raffronto ravvicinato, anzi speculare,
prima descrivendo i dati e poi risvegliandone le movenze e
le mosse. Nella corrispondenza connettiva si addipana l'intreccio
tra silenzio e parola, tra riesumare e ricreare. Dalla polverosa
nullità che è la storia, si risveglia il mondo
passato, brulica in ambienti interni, tra rispetto e malvagità.
L'esistenza è brutale, perversa, si incarica di dare
quiete e felicità per un istante, poi tutto scompagina,
addolora. Il poeta è coinvolto asetticamente tramite
la finzione del personaggio e si vede felice nella foto a
cinque anni: "Mia sorella/di pochi mesi,/avvolta in un
grembiule/che la preme/La tengo, perplesso,/per un dito".
Eppure, avanti nel tempo, subentra lo sgomento di sentirsi
estranei: "Trovarsi raramente/e non avere, adesso, /niente
più da dirsi". Ne deduce un principio tenebroso:
"L'oscuro delle /rette divergenti/da un punto/sulle carte/all'infinito".
È da tale stato d'animo e da tanta inquietudine che
ha origine La gioia e il lutto, l'opera nella quale la scrittura
si fa ferma, precisa, drammatica. Il pensiero ruffilliano
ha rigore di tratto, forza di possessione e di consapevolezza,
il dominio del proprio stato e della destinazione umana. La
vita e la morte, leopardianamente, sono in un gioco di equilibrio,
non tra loro in lotta né alternativi, ma traslattivi,
in un vortice di perennità: "Senza la morte/non
ci sarebbe niente/né società né storia/non
l'avvenire/ e neppure la speranza"; la coscienza della
morte costituisce l'atto "illuminato/dall'evidenza/dell'affrancante
unicità/di ogni istante/ che passa e se ne va".
Il dolore, la sofferenza, la piaga mortale, così, sono
inclusi nel destino, nella finalità delle umane cose,
e resiste la domanda: "Che sarà dopo?/Cosa accadrà?".
CIRO VITIELLO in Antologia della
poesia italiana contemporanea 1980-2001, Pironti Editore,
2003
A PROPOSITO DI "CAMERA OSCURA"
La foto si pone come un black-out rispetto alla nostra misurazione
del tempo. Peggio, essa costituisce una sfasatura rispetto
a quel tessuto di convenzioni dentro le quali il tempo semplicemente
vissuto viene poi razionalizzato, reso "esplicito",
affidato a una macchina che lo misura. La foto disturba e
mette in stato di choc il modo stesso che noi abbiamo di percepire
il tempo, quello che consideriamo il flusso degli eventi naturali.
Ora proprio questo spiazzamento all'interno del nostro modo
di sentire il tempo è il movimento che si pone in questi
testi di Ruffilli, in Camera oscura, tra la trascrizione dell'istantanea
e il diffondersi del commento.
Abbiamo nella foto, da una parte, un tempo di tipo assolutamente
puntiforme e, dall'altra, un tempo più "diffuso",
alonato e armonizzato nella circolarità in cui si colgono
tutti e tre i momenti, passato, presente e futuro. Lo scontro
di questi due tempi, sulla pagina, crea il paradosso dell'attimo:
sia nella direzione della presenza che si nega nel suo porsi,
quale annichilimento in cui l'attimo nel suo stesso apparire
già si distrugge, sia anche nella direzione del "punto
perenne", una specie di falsa eternità dell'attimo
allo stato puro.
La bravura di Ruffilli sta nel non chiudere il circuito; nel
lasciare aperte, appunto, le due direzioni di cui si diceva.
Con l'effetto di uno spaesamento, tra perplessità e
sconcerto, che è pur sempre il quoziente massimo della
poesia. In queste pagine la parola, da una parte ridotta a
mimesi dell'afasia, dall'altra è tesa a ripristinare
le proprie ragioni, anzi "una" ragione, e a cogliere
il mondo e i rapporti interumani. E c'è una presenza
continuamente ripullulante di "essenze" (mentali
e spaziali, cromatiche e foniche) in un collage corrosivo
con "fatti", "cose" e "persone".
Si genera da ciò un'energia coinvolgente dentro questa
ricognizione di gesti, atteggiamenti, pensieri dell'io e delle
molte presenze individuali, sempre marcate affettivamente,
che lo attorniano. L'altro diventa presente nei molti altri,
si riassume come fatto di etica, un'etica perplessa eppure
"instante", e alla fine implacabile.
Sommessa parsimonia e severità presiedono all'operazione.
Ne deriva un tessuto espressivo che sceglie la linea "bassa",
ma che è fratto e sospeso e ben altro che assestato
all'univocità, ricco di una sua del tutto originale
tensione immaginifica.
ANDREA ZANZOTTO in Terzo Programma RadioRai, dicembre 1992
LA POESIA COME NARRAZIONE
Si tratta quasi di un esordio narrativo per Paolo Ruffilli
- più noto al pubblico per la sua lunga e proficua
militanza poetica - questo "Preparativi per la Partenza",
pregevole tessitura di 18 racconti in una trama unica che
ha, in sé, una fluida consistenza per cui la lettura
risulta, oltre che piacevole, utile. Sono 146 pagine che scorrono
via bene, coniugando il fine didascalico con il mezzo letterario
senza che l'uno vada mai a discapito dell'altro. Paradossalmente
questo nucleo di racconti - tenuti insieme dall'idea di una
ricerca individuale che avvenga attraverso l'incontro di "vite
singolari" (i vari personaggi) - risulta più unitario
di tanti altri libri che, invece, pretenderebbero di esserlo.
L'organicità dell'opera è dichiarata fin dal
principio quando, proprio nel Prologo, lo stesso Ruffilli
- qui nella duplice veste di autore e narratore - definisce
i suoi personaggi "figure delle numerose anime di una
stessa persona". E questa dialettica tra molteplicità
apparente e unità segreta si manifesta persino in senso
fisico nell'ermafrodito de "Le due facce della luna".
Introdotto dal racconto di Ovidio nelle Metamorfosi, questo
personaggio porta su di sé il segno della duplicità,
presentandosi come "una di quelle doppie immagini che
si rivelano in rapida successione".
Ma l'unitarietà, cui ora si accennava, è evidente
nell'aspirazione comune di tutte le figure dell'io-scisso
del narratore, ossia "riportare alle dimensioni supreme
lo stato occasionale e contingente della propria vita",
che poi si risolve nel prendere coscienza della propria funzione,
per usare un termine caro al ladro sfortunato. Ed è
evidente anche quando lo stesso ladro riconosce che, nell'assolvere
tale funzione, egli risponde soltanto ad una chiamata (pag.
91). La stessa chiamata "più forte di noi"
(pag. 42) di cui parla l'ex-tuffatore de "La chiave e
il salto", enfatizzandone - però - l'aspetto sacro.
Per lui, i Clavadistas sono addirittura sacerdoti laici che
"si esercitavano a morire" per rigenerare la vita,
"congiungendosi ogni notte con la terra".
Unitarietà - dunque - al di là delle molteplici
forme ingannevoli, e unitarietà anche negli aspetti
che via via esse assumono. Ognuno dei personaggi, in effetti,
pare colto in un momento di estasi - di rapimento, quasi -
in cui è posto davanti non ad un interlocutore particolare,
ma al proprio destino. E così, senza più infingimenti,
ognuno di loro traccia una sorta di consuntivo che, lontano
da ogni falso moralismo, giunge fino alla coscienza dell'Uno
dietro il Tutto.
Mi pare significativo, a tal proposito, il ricorrere reiterato
del verbo vedere in tutti i suoi sinonimi e di quei caratteri
propri di divinità orientali - come il sorriso omnicomprensivo
e la quiete ancestrale - che tradiscono alcune passioni di
traduttore del Ruffilli autore, come per Gibran e Tagore.
E ne do, qui di seguito, alcuni esempi: il lupo di mare "guardava
me, ma fissava un punto più lontano" (pag. 14);
il giocatore d'azzardo "mi parlava fissando un punto
lontano" (pag. 35); l'ex-tuffatore parla "fissando
intensamente il precipizio" (pag. 40) al punto da contagiare
anche il suo interlocutore "i miei occhi fissi verso
il fondo (...)" (pag. 44); l'ermafrodito Johann Marie
parlava "con un distacco che non escludeva la partecipazione"
(pag. 68); addirittura lei confessa che "attraverso gli
occhi del collezionista [delle Cipridi] la vedevo (...)",
ed è lui stesso ad invitarla "Vede? Stando qui
(...) e guardando di quassù il mare (...)" (pag.
79); o con la schiava d'amore che "Emanava serenità",
ma poi "La guardavo e, più la fissavo, più
mi evocava la femminilità dominatrice" (pag. 84);
o il ladro che, nel confidarsi, "mi guardava fisso negli
occhi" (pag. 92) "e sorrideva fissandomi" (pag.
93) ma alla fine "fissava il vuoto davanti a sé"
(pag. 95); o ancora l'esperta sessuologa "assorta nel
suo discorrere piano" che pure "mi sorrideva piena
della sua felicità risolta eppure misteriosa, sospesa
nel tempo e nel destino che aveva appena evocato" (pag.
100), tant'è che lei "incarnava la concretezza
fisica diventata pura visione" (pag. 101), "con
la sua calma regale" (pag. 102).
Anche se il massimo grado di trascendenza si ha nella figura
del giudice il cui viso "sembrava scolpito nel tufo",
"ma appariva rassicurante, con il sorriso sulle labbra
appena piegate verso l'alto. Sprigionava una carica intensa
dagli occhi tagliati in obliquo" (pag. 113). Tra l'altro,
proprio quest'ultimo tratto somatico lascia ipotizzare una
sorta di immedesimazione maggiore del narratore-autore che
in tale particolare ("occhi tagliati in obliquo")
riconosce, nel Prologo (pag. 7), uno di quei "tratti
esotici che mi porto addosso".
Lo sguardo torna il veicolo di una comunicazione pre-verbale
in "La cima delle rape" quando "gli occhi del
direttore [dei Progetti Speciali al MIT di Boston] mi trasmisero
un lampo di curiosità" (pag.132) fino a pervenire
alle estreme conseguenze nel viaggiatore perenne i cui occhi
"lanciavano lampi intermittenti da due crateri aperti
sotto la vasta fronte" (pag. 144).
Tutto - dunque - sembra rimandare oltre, "più
in là" direbbe Montale. Ma anche a livello meta-testuale,
il sistema di riferimenti sposa con naturalezza i classici
coi moderni, dando un'idea di continuità - sì
- storica, ma non storicistica perché il contributo
di ognuno andrà a fondersi nel Tutto che lo giustifica.
E anche qui gli esempi sarebbero molteplici: oltre al già
citato richiamo all'Ovidio delle Metamorfosi, vi è
un intero racconto (o, se preferisce, capitolo) "L'omino
Michelin", dedicato alle passioni letterarie dell'autore
e, più in generale, all'Arte. Ma l'aura di classicità
riemerge qua e là in tutto il libro: dal significato
in sanscrito del termine "mare" a quello del corrispondente
aggettivo greco, dal riferimento a divinità di tipo
panteistico come il mare Adriatico personificato (pag. 17)
o il dio del mare nella leggenda sull'origine delle conchiglie
(pag. 80), o ancora il legame primitivo e violento con la
madre terra ("il nostro mestiere è di tuffarci
tra le cosce della terra" pag. 43) e l'idea, comunque,
del rito sacro. Eppure non mancano neppure rimandi ad autori
recenti, o altri echi come quello di Thomas Mann nelle parole
della schiava d'amore che invita "a partecipare davvero
alla festa della vita" (pag. 87) o la filosofia di Schopenhauer
nella visione di un mondo come pura rappresentazione di una
volontà iniziale.
L'unitarietà - in conclusione - pervade ogni aspetto
dell'opera (testuale e meta-testuale) e ne dà il senso;
fino alla confessione finale di un eterno, inquieto viaggiatore
che - nonostante la coscienza "di aver sprecato molte
occasioni, di non essermi lasciato andare", nonostante
l'incomunicabilità che permane tra i "due mondi
lontani e stranieri" che sono l'uomo e la donna, nonostante
una premonizione di morte "o avrei dovuto dire scomparsa"
- nonostante tutto questo, ha la forza - il coraggio! - di
dire in modo ancora una volta distaccato, ma di un distacco
"che non esclude[va] la partecipazione", che è
pronto a scommettere che la strada continui di là dal
termine, oltre la morte apparente delle molteplici forme.
MATTEO ZATTONI in "books
online", novembre 2003
SUL VERSO DI RUFFILLI
Invitano a riflettere sulla versificazione di Ruffilli i tre
passi che seguono. Il primo, dal poemetto Lassedio di
Costantinopoli (PC87)¹, consiste nella trascrizione su
due linee di Inferno, V, 103: "Amor che a nullo/ amato
amar perdona". Gli altri due da CO: interessano la citazione
finale della sequenza alle pp. 22-23: "cantava piano,
senza/ più sapere cosa,/ lo stesso ritornello: il
falchetto cacciavento/piomba a terra/ in un momento.";
e unaltra citazione conclusiva, questa dal testo dapertura
di p.94: "(Il piccolo fagotto/ abbandonato in mezzo/
a nastri e fiocchi,/ nel cestino, avvolto/ in fiori bianchi./
Stampato, sotto, unito ai dati/ un novenario: Nulla/
della vita conobbe.)". Se ne ricava lipotesi
di una versificazione a due livelli: quello dei versi individuati
tradizionalmente dallinterruzione delle linee tipografiche
e quello delle entità metriche interversali. È
evidente infatti che lendecasillabo non cessa di essere
tale dopo la sua scomposizione in quinario e settenario, che
il ritornello citato è di due ottonari (il secondo
diviso in quadrisillabo e quinario), che il novenario esplicitamente-
può mantenere la propria identità anche diviso
in un bisillabo in punta di verso continuato dal settenario
del verso successivo. Si direbbe che in questi casi linterruzione
della linea tipografica costituisce un segnale per la scansione,
traducendo sulla pagina il risultato della ricerca di una
esatta e personale pronuncia. Va presupposta perciò
la destinazione primaria del verso alla recitazione, nel momento
in cui lallestimento di un testo per la lettura silenziosa
impone il reperimento di equivalenti tipografici della dizione
che si intende imporre o suggerire. Nel primo dei casi riportati
Ruffilli esplicita la propria interpretazione ritmica dellendecasillabo
dantesco tramite larticolazione meno ovvia, con forte
enjambement; nel secondo leffetto della segmentazione
è un rallentando conclusivo; nel terzo, mi pare che
li senso della bipartizione del novenario sia lenfatizzazione
del "Nulla" iniziale.
Della legittimità interpretativa di una versificazione
a due livelli trovo conferma nellesame di alcuni procedimenti
tipografici utilizzati in PC, che possono far intendere linterruzione
della linea tipografica come il grado forte di una scansione
del verso in più sotto-unità, che si manifesta
anche con due gradi più deboli. Il primo di essi è
dato dallintroduzione, nella linea tipografica, di una
spaziatura doppia, o comunque maggiore di quella che normalmente
separa le parole. Si veda per esempio lincipit "Luce
in specchio e maniglia. Ma/ nellopaco fondo dellarmadio,"
(p.87), dove la congiunzione in fine verso viene separata
dalla parte di verso precedentemente per lattrazione
da parte del successivo, assieme al quale essa formerebbe
un regolare endecasillabo, e configurerebbe la coppia di versi
come settenario + endecasillabo. Tale lettura, del resto,
conserva la sua pertinenza anche dietro una disposizione tipografica
tesa a conferire dinamismo al tradizionale rapporto tra i
due versi egemoni nella poesia italiana. Oltre a ciò,
la spaziatura disegna in qualche modo la pausa che deve precedere
e seguire la congiunzione avversativa. Il secondo, e più
forte, segnale grafico di una bipartizione del verso è
il tradizionale verso a gradino, adottato in PC con una certa
frequenza: 29 occorrenze, concentrate in 7 testi (pp. 46,
56, 63, 72, 76, 87, 110) caratterizzati, nella polifonia del
libro, dal carattere tondo non virgolettato e da una certa
lunghezza, testi che accolgono le intermittenti accensioni
liriche dei poemetti. Dal punto di vista metrico, va notato
come Ruffilli senta la necessità di una disposizione
a gradino dei versi più lunghi, applicata a 4 dei 5
versi eccedenti la misura dellendecasillabo: "per
un esatto stato/ e ruolo di persona," (p.58), "contratto,/
spoglia substrato palafitta", "di sé pago
e contento che
/ ma libra al vento", "latte
pallido perlato/ bianco luce" (p.88), rispettivamente
doppio settenario, dodecasillabo (trisillabo + novenario),
tredecasillabo (novenario tronco + quinario), dodecasillabo
(ottonario + quadrisillabo). Quanto allendecasillabo,
è significativo che la strutturazione a gradino tocchi
ben 5 delle 16 occorrenze del verso (alle pp. 39, 58, 59,
76). Ma tornando ai versi lunghi citati sopra, aiuta a comprendere
il loro status nella coscienza metrica di Ruffilli il fatto
che, quando il testo di PC da cui provengono i versi dal secondo
al quarto (Luce in specchio e maniglia
) viene ripreso
in Nuvole (p.20, Come stipato in sé raccolto), il secondo
emistichio di tali versi viene allineato a sinistra e fatto
diventare un verso a sé. Alla luce di questa variante,
la versificazione di PC preannuncia quella di CO, dove Ruffilli
utilizza tutti i versi dalle 2 alle 10 sillabe, ma nessun
verso di lunghezza maggiore².
Unaltra serie di considerazioni può venire dallesame
delle varianti. Considerando la stesura di Prodotti notevoli
nellAlmanacco dello specchio con quella di PC, i frammenti
comuni al DN e al poemetto Allinfuori del corpo, qualche
passaggio dei testi da PC a CO, è notevole come un
numero rilevante di varianti riguardi il taglio dei segmenti
versali: si noti, nel confronto tra DN 57 e PC 117, la scomposizione
dellendecasillabo al v.2, in un contesto che fa confliggere
(anche arditamente) metro e sintassi, e
compromette nella versificazione la solidarietà mensurale
degli imparisillabi di partenza (7-11-5-7-5)
(nonostante lambiente
mi faccia preferire discrezione
e mi abbia imposto
quel tanto di buon gusto,
vizi borghesi.)
(nonostante lambiente
gli faccia preferire
discrezione e gli
abbia imposto quel tanto
di buon gusto,
vizi borghesi.)
La decostruzione sistematica dellendecasillabo, del
resto, appare un tratto di evidenza clamante nella versificazione
di PC e di CO. Ecco la stesura endecasillaba (11-11-7-7-9-11-4:
il novenario di 2a e 4a è leggibile come
endecasillabo privato di un segmento bisillabico in coda)
ricostruibile dalla sequenza dapertura di CO 22: "(Nellambito
di organza traforato,/ sta in posa su di un piccolo divano./
Un braccio è abbandonato/ sul punto di cadere./ Sostiene
il mento con la mano./ Sotto la frangia fissa in lontananza/
gli occhi neri.)".
Non se ne può derivare, benché la componente
endecasillaba profonda della versificazione del Ruffilli maturo
sia con ogni evidenza fondamentale, lassenza di altri
modelli soggiacenti alla versificazione presentata sulla pagina.
Si vedano, nel DN, i distici di ottanari (di derivazione librettistica,
a conferma della vitalità in Ruffilli di quella lezione)
in cui agevolmente si ricompongono i versi dalle 3 alle 8
sillabe della sequenza di p. 21; mentre il testo a p. 27 (versi
dal quadrisillabo al novenario) mi pare possa interpretarsi
come trascrizione analitica di un verso lungo, compaginato,
per la sintassi e una rima strutturalmente portante (ringhiere:
vipère: non lunico episodio del manifestarsi
di un gusto ludico e virtuosistico in Ruffilli), in quattro
distici (leggerei: "Cè una discesa di meli
dopo la curva del paese/ e una panchina, a mezza costa, di
una vecchia trattoria.", eccetera).
Quanto al pattern metrico dominante, andrà notato un
fenomeno più rilevante della semplice somma endecasillabica
di due o tre segmenti. Si vedano, esempio minimo, questi versi
che trascrivo da PC (p.80): "Sopra la luna/ è
il regno del divino/ e, sotto, quello/ umano e demoniaco./
Dalletere alla terra/ il corpo si fa/ sempre più
pesante". È particolarmente notevole che
ognuno dei primi tre versi formi un endecasillabo se letto
in continuità con quello che segue. Vengono poi un
settenario e una coppia di senari che danno, sommati, un endecasillabo.
Il fenomeno è più evidente il lettore
vedrà da sé nella lirica di introduzione
a PC (La parola, per me), sulla quale getta luce la ripresa
in CO 42-3 (introduzione di spaziatura dopo i vv. 6 e 11 e
una variante di segmentazione nel finale). Non mi sembra improprio
richiamare un nome che è già stato fatto tra
gli ascendenti della poesia di Ruffilli, ricordando quanto
Guido Guglielmi ha scritto sulla metrica dellAllegria:
losservazione, tra laltro, che "nellAllegria
Ungaretti ha come disposto sulla pagina delle cellule ritmiche
che possono dar luogo a diverse configurazioni e letture."³
Analogamente, si comprende il verso di Ruffilli se si ha coscienza
della sua natura eteronoma: esso vale in quanto centro di
attrazione per agglutinazioni più ampie, e non ha realtà
che nella concreta esecuzione. La pagina di Ruffilli pare
di conseguenza offrirsi ad una lettura che non può
sottrarsi alla richiesta di interpretazione ritmica proveniente
dal testo.
Da tale analisi discendono due considerazioni. In primo luogo,
credo che la natura "aperta" del verso di Ruffilli
possa spiegare linsistita esposizione in punta di verso
di articoli, preposizioni, particelle pronominali: il ricorso
alla quale si potrebbe interpretare come esplicitazione delleteronomia
del segmento versale, e insieme come tecnica analitica dellunità
più ampia, in grado di mantenere una tensione dinamica
tra le parti. Si consideri che molti di tali versi formano
con il successivo un endecasillabo, e che spesso una rima
rileva la parola che precede lelemento semanticamente
debole: tecniche che tendono ad annullare il segnale di fine
verso, la prima spostandolo al verso successivo, la seconda
arretrandolo allinterno del verso stesso. In qualche
caso le due tecniche sono adottate nello stesso verso, così
da farne il punto in cui agiscono, in equilibrio, una forza
aggregatrice ed una disgregatrice: le si veda in azione alle
pp. 30-31 di CO, ai versi "provava già paura [:
figura], e/ non più attesa"4. In secondo luogo,
e in conclusione: cè da chiedersi se "apertura",
"eteronomia", conflitto tra dipendenza strutturale
e tensione allautonomia non siano concetti che dal livello
del verso possano estendersi a quello dei gruppi di versi
che una spaziatura divide dai gruppi contigui.
Tralasciando quanto potrebbe offrire lesame delle varianti,
penso allorganizzazione di CO, in cui gruppi di liriche
(da due a quattro, tre nella maggioranza dei casi) si svolgono
a partire dalla descrizione di una fotografia. I legami tra
le liriche e il testo che ne costituisce, in termini montaliani,
l"occasione-spinta" sono di carattere sia
metrico (un uso calcolatissimo della rima, anche a collegare
versi assai lontani fra loro) che sintattico (uso di pronomi
e aggettivi, soggetto sottinteso); ma, come per applicazione
attenuata della tecnica montaliana, l"occasione-spinta"
è posta fra parentesi. Si afferma un rapporto gerarchico
(i soli incipit sono elencati nellindice) e al tempo
stesso la non imprescindibilità della relazione di
dipendenza.
RODOLFO ZUCCO in "I Quaderni
del Battello Ebbro", n.22, giugno 1999
Note
¹ Ricavo queste pagine da
note di lettura di quanto Paolo Ruffilli ha pubblicato dal
1980, vale a dire dal poemetto Prodotti notevoli, accolto
nellAlmanacco dello Specchio (Milano, Mondadori) di
quellanno (pp. 309-327). Nel presentarlo, Giovanni Giudici
riconosceva una discontinuità nella produzione di Ruffilli,
"il salto dalla letteratura alla poesia propriamente
detta". A Prodotti notevoli sono seguiti Piccola Colazione
(Milano, Garzanti, 1987; raccoglie i poemetti Malaria, Fu
vera gloria?, Per amore o per forza, Lassedio di Costantinopoli
Prodotti notevoli, Allinfuori del corpo; = PC), Diario
di Normandia (Montebelluna, Amadeus, 1990; = DN), Camera oscura
(Milano, Garzanti, 1987; = CO) e il recente Nuvole ( immagini
di Fulvio Roiter, poesie di Paolo Ruffilli, Grafiche Vianello
Ponzano, Treviso, 1995).
² Do i risultati di un computo
metrico effettuato sui primi 550 versi di PC e di CO (fra
parentesi le percentuali): trisillabi 6 (1,2): 8 (1,6); quadrisillabi
32 (6,¼): 71 (14,2); quinari 128 (25,6): 128 (25,6);
senari 66 (13,2): 84 (16,8); settenari 188 (37,6): 159 (31,8);
ottonari 42 (8,4): 38 (7,6); novenari 22 (4,4): 11 (2,2);
decasillabi 7 (1,4): 1 (0,2); endecasillabi: 9 (1,8): 0. Ma
la non pertinenza, o almeno linsufficienza, di una descrizione
di questo tipo si rivela nella difficoltà del computo
metrico di versi come "In un processo in" (PC 17),
"pronunciato e, nel" (PC 17), "Il sogno suo
è di" (PC 34), "Alla tua età, io non"
(PC 40), "di un essere a" (CO 15), "in posa
su di un" (CO 22), "contento ma non" (CO 39),
"davanti, che si" (CO 40) eccetera. Tuttavia
qualche tendenza è rilevabile: si segnalano la prevalenza,
in CO, dei versi più brevi (i versi dalle 3 alle 6
sillabe sono qui il 58,2%, il 46,4% in PC; quelli dalle 7
alle 10 sillabe il 41,8%, il 51,8% in PC) e lattenuazione,
sempre in CO, dellegemonia degli imparisillabi (quinari,
settenari e novenari sono il 67% in PC, il 59,6% in CO).
³ G. Guglielmi, Interpretazione
di Ungaretti, Bologna, Il Mulino, 1989, p. 13.
4 Si veda,
anche, come la lirica La parola, per me entra nel sistema
di CO: il gruppo di apertura presenta in fine dellottavo
verso un lo stesso che va ad agire sui versi del gruppo successivo,
"In un processo in/ qualche modo inverso".
La critica inquadra la sua poesia nell'ambito
di un neolirismo narrativo antielegiaco, caratterizzato da una
intensa ricerca di pensiero. |