Bibliografia Interviste
Antologia della
critica
Paolo Ruffilli è nato a Rieti nel 1949, ma è
originario di Forlì. Si è laureato in lettere
presso luniversità di Bologna. Da più
di ventanni, collabora alle pagine culturali de
"Il Resto del Carlino". Vive a Treviso dal 1972.
Fa il consulente editoriale. Dirige la collana di poesia
delle Edizioni del Leone di Venezia |
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INTERVISTE
C. Toscani, Dieci domande a P. R.,
in "Quinta generazione", IV, n. 11-12, nov.-dic.
1976;
E. Fini, Le ragioni del comico, in "Quinta
generazione", XV, n. 153-154, mar.-apr. 1987;
M. Miccinesi, Il frullato verbale quotidiano,
in "Uomini e libri", XXIV, n. 117, gen.-feb.
1988;
G. Linguaglossa, Le domande del Novecento, in
"Poiesis", VII, n. 18, gen.-apr. 1999;
V.L. de Oliveira, Intervista a P. R., in "Insieme",
7, 1999;
A .Mazza, P. R.: Racconto un io morente,
in "L'Arena", 2 aprile 2001;
C. Toscani, P. R.: nelle sue poesie l'esperienza
diretta della morte, in "Il nostro Tempo",
13 maggio 2001;
R. Taioli, Dell'infinitamente piccolo, in google,
inattuale.clarence.com
B. Garavelli, Intervista su Preparativi per la partenza,
in "Stilos", 2003
C. De Michelis, a cura, Domande sulla poesia a P.
R., in "studi duemilleschi"
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INTERVISTE
DOMANDE SULLA POESIA A PAOLO RUFFILLI
Chi usa la lingua italiana si accorge
ogni giorno di più di quanto ampia sia la sua esposizione
ad altri strumenti linguistici, in primo luogo naturalmente
l'inglese, ma anche a tutte le lingue dell'immigrazione, e
poi a quella vera e propria lingua seconda che deriva essenzialmente
dalla televisione. In che misura queste trasformazioni vengono
accolte dentro il processo della scrittura?
Noi crediamo di parlare una lingua, la nostra lingua. In
realtà "siamo parlati" dalla lingua, oltre
ogni coscienza e volontà. La lingua è una sorta
di flusso energetico, non solo chimico-elettrico, che ci attraversa
i canali cerebrali, venendo da un serbatoio molto più
grande, superindividuale, dove è in continuo movimento,
in espansione (e contrazione) dinamica. E tutti parliamo,
dunque, una lingua sempre e continuamente "nuova",
che raccoglie e fonde in una combinazione risolutiva le infinite
componenti che vi si riversano. La lingua, come tutto nella
vita, è metamorfosi. Solo gli illusi, la vecchia categoria
dei puristi, possono credere di conservare intatta e intonsa
per sempre una lingua, chiudendola magari in un "museo"
e nominando i custodi che debbano sorvegliarne appunto la
purezza, come è stato (per ragioni, certo, storiche)
nell'anomala tradizione italiana dell'Accademia della Crusca.
Ma gli scrittori, se sono per davvero "scrittori",
hanno antenne che automaticamente ricevono le emissioni di
quel flusso energetico di cui parlavo, e il problema per loro
non si pone. Non possono che essere ricetrasmettitori di quella
lingua "in essere": la lingua del loro tempo, che
corrisponde poi alla loro voce (al suo suono e alla sua musica),
cioè a quel che sono nel profondo. La mia è
una formazione soprattutto di linguista, i miei maestri sono
stati Luigi Heilmann, Noam Chomsky, Roland Barthes.
E per me questi sono fatti da sempre "naturali".
Sapendo, naturalmente, che il naturale è sempre un'illusione,
come diceva Barthes, e che tutto, in particolare una lingua,
è sempre frutto di una "deriva", colossale
ma tendente (per la ferrea legge dell'economicità)
al semplice, che è il continuo punto di arrivo.
Una delle impressioni più frequenti che si ricavano
dalla più recente poesia è che esista un formidabile
peso di tradizioni corte o cortissime, vale a dire la maniera
dei poeti di una generazione appena precedente a quella dello
scrivente, che si accompagna alla considerazione di tradizioni
lunghe o lunghissime, il petrarchismo e la sua negazione ad
esempio, ma che siano poco presenti le tradizioni se così
si può dire medie, da Pascoli a Sereni per non fare
che due nomi, e che questo atteggiamento sia di portata più
ampia della moda postmoderna e segnali una diversa relazione
alla storicità. Se le cose stanno così, la poesia
contemporanea ne esce più forte o più debole?
Da sempre, gli scrittori hanno letto gli altri scrittori,
facendone alimento della loro scrittura. Ma sto parlando degli
scrittori che mangiano, digeriscono e risputano fuori in altre,
ulteriori forme quello che hanno ingurgitato. Mi riferisco,
ancora una volta, ai grandi scrittori: gli unici, creativamente,
significativi. Questi non si preoccupano di niente e non hanno
paura di nessuno: per loro conta la lingua che gli "ditta
dentro". Se si va ad analizzare quello che scrivono,
si fa fatica a inquadrarli in una "tendenza" o in
una "scuola": sono anomali e perfino alieni rispetto
al loro tessuto, al quale pure appartengono fino in fondo.
La loro forza paradossale sta proprio qui: sono gli unici
e autentici eredi, eppure non sono per niente "riducibili"
ai loro padri e antenati. La questione delle "tradizioni"
ho l'impressione che sia un problema soprattutto della critica
e di quella italiana, in particolare. Perché da noi
a vincere è stata sempre la ragione della "maniera"
e la maggior parte dei nostri scrittori è fatta in
realtà di "letterati" che cercano di attestare
la qualità del loro lavoro attraverso l'adesione a
canoni più o meno vincenti, oltre che al pragmatismo
di un utilitarismo da epigoni. Non dimentichiamoci che le
mode, pur sbaragliando il campo del loro tempo, sono destinate
a dissolversi nel prosieguo. Dunque, che importanza può
avere (se non per la sociologia della letteratura) che prevalgano
le tradizioni lunghe o quelle corte, il montalismo o il serenismo?
La poesia contemporanea non è né più
forte né più debole di quella che la precede
nel tempo. Anche perché la poesia non è mai
poesia in senso "collettivo".
Come per la traduzione, così anche in poesia si
parte dall'idea che non esistano i sinonimi e che non esistano
due cellule ritmiche equivalenti. L'avanguardia ci ha insegnato
che in effetti non c'è modo di negare la qualifica
di verso a qualsiasi unità scritta che si voglia definire
tale. Ma quali sono per lei i caratteri per i quali un verso
è riconoscibile come verso?
In poesia, per me, la musica è tutto. Lo dico perché,
creativamente, la poesia per me nasce dietro a un impulso
musicale. È un'ossessione musicale mentale quella che
mi trascina dentro un flusso, nel quale poi agiscono e intervengono
altre forze, anche ordinative e razionali. Ma il fuoco della
musica è, appunto, la parte incandescente e quella
che in ogni caso alla fine decide. E decide, intanto, come
ritmo che impone i suoi arresti e le sue ripartenze: determinando
il verso e rendendo il verso riconoscibile proprio come "verso".
È l'orecchio che garantisce per la mia ossessione musicale,
e a lui si sottomette l'intelligenza, anche quando è
appunto razionalmente in disaccordo. Così, per me,
andare a capo è una necessità per così
dire musicale. E resto condizionato da questo mio bisogno
profondo anche quando leggo la poesia degli altri, perché
a leggere è sempre l'orecchio, che si insinua inevitabilmente
sulla pagina come dentro una partitura. Non c'è niente,
si sa, più coerente di un'ossessione e io mi lascio
guidare dalla mia ossessione musicale, senza essere distolto
da chi mi obietta per esempio di andare a capo dopo una preposizione
o una congiunzione... La musica mi ha insegnato che la grammatica
è uno strumento e non una legge. Per me, come diceva
Pessoa, la poesia è lo stato ritmico del pensiero.
Leopardi scriveva quasi sempre in prosa i "contenuti"
di quello che avrebbe poi trasformato in poesia; per molto
tempo, dopo Mallarmé, la parola d'ordine "l'iniziativa
alle parole" ha caratterizzato la modernità. Pensiero
e lingua, cose e sostanza sonora, che cosa viene prima nella
sua scrittura?
Per rispondere, parto da un po' più lontano. L'io,
perdendo sempre più la sua unità interna, ha
fatto l'esperienza del suo frantumarsi (dell'occhio, della
voce
). Che altro possono produrre la vista scomposta,
la voce balbuziente, l'orecchio sincopato? Il "frammento"
è la dimensione autentica della nostra epoca, anche
(soprattutto) creativamente. Nelle arti visive, così
come nella musica e nella letteratura; e non di più
nella poesia rispetto alla narrativa (è Adorno che
definisce la Recherche di Proust "lo sprofondamento nel
frammento"). I moderni vedono, sentono, parlano, scrivono
per frammenti. Con tutto quello che ne consegue sul piano
della "sintassi" (che ha una sua identità
a mosaico o a patchwork), del ritmo (con continue interruzioni
e riprese). I musicisti, da sempre i più precoci, hanno
modulato per primi il "suono" di questa epoca, nuova
per davvero sotto molti aspetti, in primo luogo per una diversa
percezione del tempo. E qui si porrebbe la questione del Tempo,
fondamentale anche in poesia (una frantumazione è anche
corrispondente a una mancanza di continuità temporale
e modifica l'esperienza della memoria, perché il passato
non è più un'entità astratta fuori di
noi, alle nostre spalle, il passato siamo noi e dunque il
tempo verbale per significarlo non è più l'imperfetto,
ma il presente). Non è un caso, infatti, che Proust
lavorasse alla sua Recherche mentre Einstein elaborava la
sua teoria della relatività. Per tutti, intanto, il
tempo cessava come "contenitore" e si rivelava sempre
di più come una delle dimensioni in essere. La trasformazione
evolutiva è ancora in corso (e coinvolge il cambiamento
del nostro stesso cervello), ma con le loro antenne gli artisti
se ne sono fatti interpreti presto, indipendentemente da una
consapevolezza precisa. Del resto, la creatività ha
sempre avuto e continua ad avere una sua parte incandescente
ed eruttiva rispetto a cui poco possono (pur nella loro importanza)
le teorizzazioni. In ogni atto creativo, nella composizione
di forze attive e passive, di conscio e inconscio, di intelligenza
e talento, si realizza un'unità fondante che rende
priva di fondamento una questione come quella se sia prioritario
il significante o il significato, se precedano i contenuti
o le ragioni delle parole, il pensiero o la lingua. Del resto,
io credo nella mescolanza come occasione scatenante e so che
il principio costitutivo della realtà (e, dunque, anche
della poesia) è il principio di contraddizione.
In quale parte della casa scrive abitualmente? Con quale
strumento? In quali ore del giorno o della notte? Ha bisogno
di essere solo? E quando ha scritto una cosa chi è
il suo primo lettore?
Per me, qualsiasi luogo può offrire l'occasione alla
scrittura di manifestarsi, in casa e fuori. Perfino, in movimento:
il treno, l'aereo. Ma non ci sono elementi particolari che
rendano un luogo "deputato" alla scrittura. Non
è questione di ispirazione, nel senso tradizionale:
non subisco il fascino degli scenari naturali. Niente, di
per sé, favorisce o stimola la mia scrittura. No, è
la scrittura che decide lei per suo conto, quando e dove vuole:
urgente di dichiararsi, a volte, ma spesso anche paziente
nell'attendere che io le dia spazio e tempo. Anche per il
tempo, non ho particolari preferenze. Vale tutto e il contrario
di tutto: il giorno o la notte. E questa condizione per così
dire dinamica impedisce l'attestarsi di qualsiasi abitudine.
Né ho bisogno di essere solo o, peggio, isolato per
poter scrivere. Perfino nella confusione e nel caos, che sono
talvolta stimolanti nelle mie esperienze. E, naturalmente,
con tutti i mezzi: la penna, la macchina da scrivere, il computer.
Ben sapendo che uno strumento non è mai solo uno strumento
Da questo punto di vista, sto vivendo una seconda giovinezza
dopo essermi alfabetizzato nuovamente nell'informatica. L'uso
del computer mi si sta rivelando come un'affascinante avventura
piena di scoperte e di linfa vitale. Sì, perché
creativamente questo nuovo mezzo è capace di una dinamica
possente che mai nessun altro aveva avuto prima. Perciò
mi piace molto scrivere al computer, anche se non ho abbandonato
mai la penna e neppure la macchina da scrivere. E, dopo aver
scritto e lasciato depositare per anni le cose scritte, ho
i miei lettori di riferimento. Luigi Baldacci, Pier Vincenzo
Mengaldo, Giuseppe Pontiggia, Alfredo Giuliani, Claudio Magris,
da sempre costituiscono il confronto per quello che scrivo.
Sente la necessità di apprendere a memoria i suoi
poeti, di dire a voce alta i versi, di maneggiare la sostanza
fisica, materiale della poesia? Da quali poeti, su quale strato
di lettura si è costruito il suo bisogno di scrivere,
si è formata la sua idea di poesia?
Non ho mai sentito l'esigenza di apprendere a memoria la
poesia, preferisco leggerla a voce alta. Del resto, ho smesso
da molto tempo di mandare a memoria alcunché, dopo
aver preso coscienza del meccanismo con cui il nostro cervello
setaccia e cancella come "sostanza fisica, materiale"
la quasi totalità di quello che lo attraversa, conservando
in modo molto selettivo solo l'impronta di ciò che
sente "essenziale" (l'essentia è l'astratto,
o l'"estratto", di esse). La memoria inconscia è
il vero grande archivio e serbatoio da cui trarre alimento,
creativamente. E, dunque, non ha senso fare l'elenco dei propri
presunti riferimenti, dei poeti amati, degli scrittori preferiti.
Per la semplice ragione che i padri rifiutati contano molto
di più di quelli riconosciuti. Senza, con questo, voler
togliere importanza a ciò che si è letto e riletto
per la consonanza che vi si sentiva per adesione. Del resto,
il mio gusto per la poesia è nato in una fase ancora
di analfabetismo: la fase quasi preverbale, intorno ai due
anni, in cui si scopre il linguaggio e si gioca con i suoi
materiali di riporto. Quella è stata per me l'occasione
divampante, in cui ho cominciato a soffiare musicalmente dentro
le parole senza più smettere. E lo so, lo sento che
ho imparato allora. Il che non mi fa affatto trascurare tutte
le letture che ho attraversato dopo, e sono stato senza dubbio
un grandissimo lettore. E, in seguito, mi sono occupato da
studioso della letteratura. Però, pur essendomi fatto
un'idea della poesia, quando scrivo poesie me ne dimentico
sempre.
Esiste oggi qualcosa che si possa definire il gusto del
pubblico, in poesia? Se sì, che cosa lo determina?
Il così detto pubblico non ha mai un gusto proprio.
Se mai risponde distrattamente a un orientamento imposto dalla
moda del momento e va dietro al vago impulso che gliene deriva,
che è un impulso disturbato proprio come per i bisogni
indotti, per i quali non c'è mai felicità anche
quando vengano soddisfatti. L'idea che il pubblico ha della
poesia si lega alla più noiosa pratica scolastica dell'esegesi,
del riassunto, della parafrasi, delle note a piede di pagina.
È un'idea di oscurità, di fatica, di inutilità.
Le pochissime persone che, tra il pubblico, si imbattono poi
per caso nella poesia restano stupite di incontrare qualcosa
che in realtà non conoscevano affatto e che non assomiglia
all'idea scolastica che gli era rimasta addosso. Del resto,
non scrivo mai pensando al lettore o mosso dal desiderio di
accattivarmelo, meno che mai in poesia. Sento la poesia come
un dettato che sfugge a qualsiasi strategia comunicativa.
Il che non vuol dire, evidentemente, l'adesione al codice
cifrato. La conoscenza appartiene sempre al mondo del singolare.
Anzi, quanto più appartiene al mondo del singolare,
tanto più ha valenza universale. Ma il parteciparvi
da parte del lettore necessita di una scelta individuale,
con una forza attiva decisiva. Il lettore deve decidere di
entrarvi e lo farà, naturalmente, avendo avvertito
un input rispetto al quale provvederà lui stesso a
realizzare l'empatia. Ogni percorso di gnosi è sempre
una pratica esoterica.
La forma generale di comunicazione che determina il nostro
modo di stare nel mondo, oggi, accoglie dentro di sé
in misura sempre maggiore elementi di astrazione, di concettualizzazione,
di intellettualizzazione, e il principale riflesso di tale
stato di cose nell'arte più in generale è un
attenuarsi progressivo del suo legame col sensibile, coi dati
dei sensi, con la sostanza materiale dell'esperienza. Attraverso
quali strumenti reagisce la scrittura poetica a questa pressione?
È compatibile ad esempio un tale contesto con l'esistenza
di quella parte dell'esperienza poetica che chiamiamo Lirica,
con le sue peculiarità formali e il suo bisogno di
autonomia soggettiva, che niente oggi sembra autorizzare?
L'uomo ha avuto tendenza all'astrazione fin da subito, appena
comparso sulla terra. È questa la sua forza, ciò
che gli ha consentito di arrivare dove è arrivato,
senza essere cancellato da quel mostro crudele che è
la Natura. E proprio perché è un animale naturalmente
(o innaturalmente, se si preferisce) capace di simboli, diventa
artifex e comincia ad impiegare i suoi artifici per difendersi
e conservarsi "artificialmente" dentro una natura
che lo schiaccia e lo cancella. L'uomo primitivo è
già un intellettuale istintivamente e si sforza di
ridurre a processo mentale la realtà per conoscerla
e dominarla. I linguisti lo sanno che l'elaborazione del linguaggio
risponde proprio a questa spinta inconscia del dare pronuncia
musicale alle "parole magiche" per entrare dentro
la realtà e impadronirsene. E il linguaggio, come tutto
il resto, nasce proprio dalla formidabile tendenza dell'uomo
all'astrazione. Dunque, parlare di progressiva concettualizzazione
e intellettualizzazione è parlare di un processo comunque
in corso da sempre, coincidente con la "naturale"
(o innaturale) evoluzione del nostro cervello, che si è
strutturato linguisticamente proprio per far fronte alla situazione
e che elaborerà altre soluzioni per continuare a far
fronte alle situazioni che cambiano. Ecco, non dimentichiamoci
della metamorfosi in atto che è la vita. Solo ciò
che si trasforma è destinato a durare, dunque perché
pensare che qualcosa possa conservarsi rimanendo quello che
era. Anche la poesia. Già Leopardi osservava che non
è possibile, per i moderni, non ragionare scrivendo
versi. Appunto. Che male c'è? La poesia è avventura
mentale. Continua ad esserlo. E non si preoccupa di nient'altro
che di essere fedele a se stessa. Senza curarsi troppo della
"sostanza materiale" dell'esperienza, forse perché
oggi ha la coscienza che la materia è energia, anzi
energia decaduta.
da "studi duemilleschi"
DELL'INFINITAMENTE PICCOLO
Anni fa sono venuto a contatto con la tua poesia partendo
da Camera oscura, la tua ultima raccolta, e poi, in un cammino
a ritroso, ho scoperto le altre sporgenze del tuo paesaggio
poetico. Mi colpì la tua inclinazione ad una scrittura
di frammenti (seppur costituenti una storia ), di nuclei di
senso apparentemente autonomi ma in realtà sottilmente
e direi saldamente collegati. Scrivevi nel componimento conclusivo
della raccolta: "
un segno / il dato, ma non /
memoria o nostalgia, di ciò che è stato"
(Camera oscura, Garzanti, p. 97). La memoria che rivisita
ed esplora ciò che è stato, non sembra tuttavia
solo interessarti come mero luogo di seduzione affettiva ma
- direi - prioritariamente di conoscenza, come se si trattasse
di preservare dall'oblio e dalla cancellazione e quindi di
rendere ancora conoscibili e visibili, strati e lampi di verità
inscritti nella tua vita. Come in una fotografia. E' così
?
Sì, hai colto. La dimensione del frammento e il suo
superamento sono facilmente spiegabili. Da una parte, c'è
la realtà del nostro tempo: ogni epoca ha la sua voce
e la nostra è all'insegna del balbettamento per la
frantumazione dell'io. Dunque non è un caso che la
poesia e la narrativa siano al passo del frammento. Dall'altra
parte, però, c'è l'insoddisfazione per la condizione
asmatica e balbettante e di qui la necessità che avverto
di comporre i frammenti in un insieme più ampio, in
un organismo ricomposto come il mosaico con i suoi tasselli.
Anche sulla memoria come conoscenza sono d'accordo. Infatti,
per me, la dimensione elegiaca non esiste proprio. Non mi
volto indietro a riconsiderare con nostalgia quello che non
c'è più. La mia esperienza della memoria è
in essere, cioè come realtà presente, insieme
diacronica e sincronica. Siamo quello che siamo stati e che
sono stati altri prima di noi. Ecco la mia ottica. In una
chiave di gnosi che, nel mio caso, è irrinunciabile
anche in poesia.
La tua citazione di Roland Barthes, anteposta al libro, pare
porsi come un viatico affidato al lettore: "Per voi,
non sarebbe altro che una foto indifferente (
) per voi,
in essa, non ci sarebbe nessuna ferita". Tramite le parole
di Roland Barthes, il lettore è avvertito della significanza
per te dei reperti portati alla luce, della loro incidenza
nella tua vita, della non neutralità di quelle scoperte.
Le cose ti parlano, ma non parlano per tutti. La conoscenza
poetica appartiene al mondo del singolare, dell'individuale,
non è facilmente estensibile né generalizzabile.
In fondo tu non ti poni il problema di far partecipare l'altro,
il lettore al tuo vissuto ma solamente di manifestarlo, di
dirlo. Si può dire - paradossalmente - che non cerchi
l'empatia ad ogni costo e che forse questa neanche ti interessi?
L'empatia non mi interessa, no. E la ragione è quella
appena dichiarata di un interesse per la gnosi. Non scrivo
poesia pensando al lettore o mosso dal desiderio di accattivarmelo.
Sento la poesia come un dettato che sfugge a qualsiasi strategia
comunicativa, il che non vuol dire, evidentemente, l'adesione
al codice cifrato. La conoscenza appartiene sempre al mondo
del singolare, anzi, quanto più appartiene al mondo
del singolare, tanto più ha valenza universale. Ma
il parteciparvi da parte del lettore necessita di una scelta
individuale, come una forza attiva decisiva. Il lettore deve
decidere di entrarvi e lo farà, naturalmente, avendo
avvertito un input rispetto al quale provvederà lui
stesso a realizzare l'empatia. Ogni percorso di gnosi è
sempre una pratica esoterica.
La tua poesia mi pare attraversata da una forte istanza di
salvazione terrena (la fotografia in questo senso lo è),
nascente dalla constatazione che tutto si consuma, sfugge,
evapora. Sempre in Camera oscura, in quella che potrebbe fungere
quasi da dichiarazione programmatica e che non a caso è
scritta in corsivo, come per evidenziarne la paradigmicità,
scrivi di una "cifra data / e persa, misteriosa, di un
essere a / cavallo, dentro e / fuori" e di un "tempo
fulminato" (CO, p. 15) . Allora è forse questa
cruda evidenza della incombente dispersione che ti ha avvicinato
al genere del "poema familiare", come per certi
aspetti potrebbe essere Camera oscura?
L'esperienza della realtà in movimento inarrestabile,
da che mondo è mondo, ha spinto l'uomo verso l'artificio
del fermare e del bloccare, per riconsiderare, analizzare
e in fin dei conti conoscere. La fotografia, in particolare,
realizza il sogno più antico dell'uomo: quello di catturare
l'attimo fuggente e di consegnarlo a una durata appunto artificiale,
che riposa sul vuoto. L'arte, come sviluppo raffinato dell'artificio,
ha a che fare da sempre con questo mistero del tempo. E l'esperienza
del tempo si è fatta via via sempre più puntiforme:
il modo di intenderlo e di viverlo è altro e perfino
alieno rispetto al passato. Del resto, ormai lo sappiamo,
il tempo non è un contenitore ma una delle dimensioni.
Perciò noi stessi siamo e ci sentiamo per così
dire fotografici, nel senso di quella realtà puntiforme
di cui si diceva. Sentiamo che l'attimo, ogni attimo, nel
suo battito di ciglia contiene tuttavia l'intero, è
il resto dei tempi. E' un'esperienza, questa che stiamo vivendo,
destinata a modificare radicalmente il nostro cervello (che
continua, naturalmente, l'evoluzione della specie). Alcuni
mutamenti sono già davanti ai nostri occhi, anche se
non ce ne accorgiamo. Per esempio, proprio la così
detta memoria. Tanto è vero che (mai niente avviene
per caso) stiamo trasferendola nel computer. Non è
l'evidenza della dispersione incombente ad avermi avvicinato
al genere del poema familiare, ma il desiderio ancora in gran
parte inconscio di spiegarmi la continuità che passa
attraverso il sangue.
Questo tema del "poema familiare" ti avvicina ad
un poeta come Giorgio Caproni e al suo "romanzo"
di Annina, Seme del piangere, un autore - credo - che non
ti sia estraneo
ma penso anche al romanzo in versi La
camera da letto di Bertolucci. Come ti poni di fronte a questi,
per certi aspetti, "padri fondatori"?
Senza dubbio, avevo letto sia Caproni che Bertolucci. Hanno
due modi di fare romanzo familiare completamente diversi.
Quello di Bertolucci, anche se più recente, appartiene
al passato (sia detto con tutto il rispetto). E' elegiaco,
cioè antiquariale. Il modo di Caproni invece usa la
voce sincopata di oggi, procede per impulsi e strappi. La
lettura di Caproni è stata molto importante per me,
anche se me ne sono reso conto più tardi. Anche per
me, in poesia, la musica è tutto o quasi. E anch'io
inseguo un'ossessione musicale che mi gira per la testa e
alla quale istintivamente finisco con l'adeguarmi.
Che importanza ha per un poeta e per te far riemergere la
biografia, la microstoria individuale, pur se allargata allo
scandaglio di più generazioni? Si può dire che
l'io si costuisce nei suoi nessi - come scrivi in un tuo frammento
- in un viluppo di nodi e che per meglio vederlo in questa
nervatura, occorra uno sguardo profondo, un obiettivo, parola
tratta dal linguaggio fotografico, e a cui fai ricorso.
La biografia per me importante è quella interiorizzata.,
cioè sottoposta al vaglio di quell'operazione di artificio
che rende possibile la conoscenza. Dunque, lo sguardo non
può che essere profondo, nel percorso dalla segreta
oscurità dell'io alla ricerca di senso e ragione. Bisogna
andare oltre l'abbaglio dell'evidenza; perché la luce,
anche se è fondamentale per il risultato, quando è
troppa, maschera e cancella e in ogni caso ha necessità
dell'ombra, della camera oscura. Per la poesia vale lo stesso
metodo che per la fotografia: la messa a fuoco è fondamentale
e, un attimo prima o dopo, l'effetto è la sfocatura.
Il tuo ritorno alla microstoria individuale, ci presenta un
tessuto solo apparentemente ordinato. L'accadere ci sormonta,
deborda da noi, che solo occasionalmente ci poniamo come presenza
regolatrice. Gli eventi sono quasi sempre fuori dal registro,
governati da una sregolata casualità, come sembri voler
dire in questi versi: "Sfogliandone i ricordi, / sempre
ho pensato / a quel che era e che / poteva non essere stato,
/ al caso a cui si lega / ogni storia" (CO, p. 73).
Certo, l'accadere ci sormonta, deborda da noi. E il moto
prevalente sembra quello di deriva. Le circostanze, gli incontri,
i deragliamenti ci appaiono nel segno della casualità.
Eppure il caso non esiste: tutto è risultanza di una
combinazione, si ricompone un ordine anche nel disordine più
appariscente. E' un effetto della poesia, del suo lampo/shock,
la scoperta che il mondo così detto noto non è
affatto l'unica realtà. Un'illuminazione improvvisa,
pur nella contraddizione.
"Reperto del dolore", scrive Raboni riguardo alla
tonalità della tua poesia, nella postfazione a Camera
oscura. Ancora Raboni accenna ad un tuo itineraio che va dal
riconoscimento o svelamento della ferita alla sua cicatrizzazione
nelle maglie del linguaggio. Ora io vorrei chiederti se davvero
per te il linguaggio poetico assolve, ed eventualmente in
che modo, a questa funzione di cicatrizzazione, in un certo
senso di terapia, nei confronti della crudezza e asperità
del dolore.
Sì, il linguaggio della poesia assolve alla funzione
di cicatrizzazione. E non solo il linguaggio della poesia.
La parola è forse la più antica terapia che
l'uomo abbia perseguito riguardo alla propria salute profonda,
quella mentale. Già ai primordi del linguaggio, quando
il suono cantilenato era parola magica e scaramantica. La
poesia conserva questa virtù antichissima. La scrittura
in generale è una forma di autoanalisi di grande qualità.
Perché la parola arriva là dove non si riesce
a giungere con nessun altro sistema, né bisturi né
strumento d'altro genere.
"La parola, per me, / veniva da distante. / Un a priori,
quasi, / l'avvertivo. Un eccitante. / In un processo in /
qualche modo inverso. / Nel darle per riscontro / una realtà
che invece, /più toccata e presa, più / sfuggiva
inconsistente / ai cinque sensi. / Con l'effetto di essere
/ lanciata contro un corpo / pronunciato e, nel / suo dirlo,
di colpo / riafferrato"(CO, pp.42-43). Questi versi di
Camera oscura, compaiono anche in un'altra tua precedente
raccolta, Piccola colazione, come ad indicare un nodo irrisolto,
un grumo di permanenza. Tu parli della parola come di un a
priori, di un suo emergere dalla lontananza, prima di imbattersi
nella durezza delle cose. Pare esserci uno iato tra parola
e realtà, nel senso che la parola non ne asseconda
sempre il divenire, ma deve farsi spazio, lottare per emergere,
come in un agone.
Pur nell'intermittenza, per me tutto si compie nella continuità:
nella vita, come nella poesia. Per questo capita di ritrovare
singoli frammenti o tratti più lunghi qua e là
nei miei diversi libri. I versi che citi, poi, sono portanti
rispetto all'idea, anzi all'esperienza, che ho della parola.
Fin da piccolo la parola mi arrivava da lontano e aveva una
portata e una pregnanza ben superiori alla così detta
realtà. Una realtà modesta e mortificata rispetto
alle aspettative suscitate dalla potenza espressiva delle
parole. Parole sentite e vissute come eccitanti, stupefacenti
sonori. Senza alcun disprezzo per la realtà, però;
e senza nessuna forma di schifiltosità rispetto alle
cose del mondo, meno che mai da collezionista o da esteta.
Non sono mai stato né l'uno né l'altro, né
in relazione alle cose né in relazione alle parole.
Se mai sono uno che si affida alle parole per cercare il senso
delle cose.
Qual è per te "l'altra faccia del presente"(CO,
p. 77), di cui parli in una tua poesia? E' solo uno specchio,
nel quale in qualche modo e linearmente si rifrange il passato,
oppure è uno scavo, un'intercapedine, una piega o un
sistema di pieghe, un terreno corrugato denso di zone d'ombra,
di chiaroscuri, di pause, di equivoci, verso cui la sonda
della poesia si dirige a tentoni, senza una preordinata verità?
Le due facce cui alludevo in quella poesia sono le due parti
coincidenti e contraddittorie della realtà: la sua
apparenza netta, abbagliante, e il suo senso oscuro, misterioso.
La poesia, con il suo valore di ossimoro, si sforza di dare
pronuncia alla coincidenza degli opposti e a quel principio
di contraddizione che oggi perfino per la scienza è
fondante la realtà.
Gli oggetti o il "sistema degli oggetti" - per riferirci
alla formulazione di Jean Baudrillard - di cui è popolata
la tua poesia, potrebbero essere pretesti, occasioni virtuose
per portare in superficie ciò che più che ti
sta a cuore
Analizzando la mia poesia, Pier Vincenzo Mengaldo ha scritto
che la realtà, per me, è in fondo tale solo
se pensata dal soggetto. E credo che abbia colto nel segno.
Ribadendo tuttavia che non c'è nessun disprezzo della
realtà. Ma gli oggetti per me contano come specchi
della mente. Io che ho la felice ossessione delle etimologie
non posso dimenticare che tutta la famiglia delle parole "speculare",
"speculatico", "specola", rimanda a specchio,
cioè alla radice indoeuropea SPEK, che indicava il
guardare durativo, focalizzato e fisso.
Si è parlato, non so fino a che punto rispondente alla
tue intenzioni, di una tua "poetica delle cose".
Per esempio nel Diario di Normandia - un testo a te particolarmente
caro - è frequente il ricorso alla registrazione ed
elencazione dell'esistente. Trasmetti molte informazioni.
Volevo in tal senso richiamarti l'esordio della pagina datata
diaristicamente 8 agosto: "Ombra densa / per le ortensie
di Trouville. / La scia di umido / non si disperde neppure
a mezzogiorno./ C'è odore di torte e di biscotti /
sulla strada del passeggio. / La coppia al tavolino / è
silenziosa: / bevono liquori e / mangiano frutti di gelatina.
/ Uno ha lineamenti regolari, / senza barba, e la pelle /
con rapide striature, / tormenta con la mano / l'involucro
della confettura. /L'altro è più giovane / e
sorride al cameriere / tutte le volte che passa, posa le dita
tra i dolci / e si lascia sfiorare, distratto" (Diario
di Normandia, Amadeus, 1990, pp. 9-11). A me sembra comunque
che il tessuto informativo trovi un momento di risoluzione
negli squarci meditativi, veri e propri topoi della mente
che, messi anche graficamente tra parentesi, tu intercali
alle ampie stanze dove il reale si addensa e concentra: ("Ti
accorgi all'improvviso / che le cose riescono a distrarti,
/ a tratti per lo meno, dall'ansia / e a porre tra te e la
vita / lo spazio necessario a contemplarla", DN, p. 13).
Non è forse proprio lì che si cela il nervo
profondo della tua poesia, in questo tuo inclinarti e protenderti
verso di esse per leggerne i segni, che non sono poi solo
i profili oggettivi, gli spessori, insomma la loro fisicità?
Come ti dicevo, la realtà per me è realtà
pensata. Dunque, hai ragione a ritenere che il tessuto informativo
trovi un momento di risoluzione in quelli che chiami "topoi
della mente". Ciò non di meno, non avverto come
più importanti questi rispetto a quello. C'è
una connessione indissolubile, anzi parlerei di orchestrazione,
usando un termine musicale. Perché, come ti confessavo
più sopra, in poesia per me la musica è tutto
o quasi.
Parlando adesso di Piccola colazione, la tua raccolta del
1987, cominciamo dall'origine di questo titolo e a che cosa
pensavi quando l'hai formulato. A tal riguardo, per esempio
Giuseppe Pontiggia, nella sua prefazione al libro, ha avanzato
un'ipotesi, partendo dalle Collationes Patrum di Cassiano
e dal rituale benedettino del "pasto leggero" che
seguiva la compieta.
C'è una scena indimenticabile in "Amarcord"
di Fellini: il pranzo a casa di Titta. Può servire
a spiegare il mio titolo. C'è aria di tempesta attorno
al tavolo. E niente può rappresentare la precarietà
meglio di quell'incontro di persone, e insieme, la decisiva
connessione dei loro destini. Tutto ruota lì intorno:
inquietudini, risentimenti, delusioni, speranze, affetti,
paure. Nel ripetersi della "piccola colazione" quotidiana
di cose e di parole. Così, tra opposte pulsioni. Tra
riso e pianto, che convivono; che sono, in fondo, lo stato
d'essere. Lì dove idee, sogni e pensieri scivolano
di mano ai presenti e il dramma si definisce nei suoi risvolti
comici. In questo senso "piccola colazione". Nel
senso del frullato verbale quotidiano che ci vede agenti agiti
e mangianti mangiati. In quella traiettoria contraddittoria
di cui ti parlavo, dall'oscurità dell'io al senso e
alla ragione, e viceversa. E, dunque, anche nel senso di un
cannibalismo che spinge quotidianamente al rimasticamento
di ogni pezzetto di sé.
Piccola colazione è poesia prevalentemente
di "interni", la casa e le vicende che entro quelle
mura si consumano, ma anche gli anfratti poco illuminati della
mente e della coscienza. Qui, nel tuo ritorno alle cose e
alle ombre, si celebrano i riti di iniziazione alla vita,
alla corporeità, alla scoperta e al riconoscimento
di noi stessi. Questo mondo di ambienti e di oggetti sembra
a volte starti stretto, soffocarti ma anche contenerti e proteggerti,
come una nicchia di senso, la cui perdita o annullamento determinerebbe
la caduta dell'identità e del tentativo di cercarla.
Forse l'identità sta nel nostro coincidere con le cose,
nel portarcele addosso come la pelle.
E' proprio come avviene per la casa e prima ancora per l'utero
materno. Il chiuso ti protegge e ti consente di crescere,
ma anche ti contiene e ti costringe. E' una fortezza e una
prigione. Ma bisogna fare esperienza degli interni per conquistare
gli esterni. E' così anche nel percorso della conoscenza,
dal dentro al fuori, dal buio alla luce; transitando per i
passaggi e attraverso le ombre, le une e gli altri decisivi
per lo sviluppo, Ancora una volta come per la fotografia:
la camera chiusa e oscura, necessaria per far conquistare
luce e colori ai negativi. L'essere costretti nel chiuso e
nel buio come molla verso l'aperto e la luce. Ogni azione
determina una reazione uguale e contraria. E, in questo movimento,
la ricerca dell'identità: inarrestabile e mai compiuta,
ma per continui aggiustamenti ragione stessa di vita.
Tu scrivi in versi assai efficaci: "E' la cancellazione
/ progressiva delle / presenze care e note, / il conto che
comincia / a non tornare. Il / margine sempre più /
sottile, man mano / che si fanno falle /e vuoti tra le fila"
(Piccola colazione, Garzanti, 1987, pp, 112-113). C'è
quindi un pericolo incombente di straniamento, di perdita
e di lutto nel cedere delle cose e delle persone, nell'aprirsi
di crepe in questo sostrato?
Noi stessi e la realtà intorno a noi, tutto è
parte di un colossale processo di metamorfosi. E' un continuo
modificarsi apparentemente insensato e comunque tremendo.
Si è portati a vederlo inevitabilmente nel senso della
perdita e del lutto, cioè a proprio danno, nella paura
e nel dolore. Ma a me con gli anni è capitato di superare
questa condizione, che già in "Piccola colazione"
(e, analogamente, in "Diario di Normandia")
si era comunque stemperata e fatta più distesa, nello
sforzo di distacco e di messa a fuoco. Oggi (molta acqua,
naturalmente, è passata sotto i ponti), questa opera
continua di cancellazione che chiamiamo morte, la sento piuttosto
come fase di passaggio: non meno misteriosa e inquietante,
ma aperta e non cupa.
I dialoghetti, con i quali fai parlare l'io nascosto negli
altri, intercalati al tessuto della narrazione, sembrano ancore
di salvataggio, tracce affioranti di un flusso carsico, isole
riemergenti dal buio, dall'anonimo
Sì, è un gioco di sponda, un effetto di riverberazione.
Il mio modello è il libretto dell'opera buffa, dove
appunto in mezzo a descrizioni, commenti, illuminazioni liriche,
ci sono anche dialoghetti aerei e frizzanti. Dialoghetti tanto
più rivelatori nelle loro battute smozzicate, quanto
più apparentemente incoerenti e divaganti. Il libretto
d'opera, del resto, è un modello molto sofisticato:
realizza allegramente la commistione di generi letterari (il
romanzo, la commedia, perfino il saggio). A me, creativamente,
piace la mescolanza dei livelli e dei punti di vista
Nella sezione Prodotti notevoli, il riaffiorare della coppia
genitoriale (padre potente - madre matrice) conferma le atmosfere
di un "romanzo di formazione", ma poi il finale
spazza via ogni ancora consolatoria, come se il lungo cammino
attraverso il labirinto della propria microstoria, fosse stato
vano e sfociasse nella constatazione della cruda evidenza
del vuoto, del nulla pulviscolare: le parti in qualche modo
si confondono e mischiano in una chiave di ambivalenza, in
un chiasma, direbbe Merleau-Ponty, dove noi "parlanti"
siamo anche "parlati", siamo noi e il contrario
di noi. Tu scrivi, congedandoti, "Eppure, intanto, /
arresi all'evidenza / di andare navigando / alla deriva"
(PC, pp. 123). Ma questa deriva non mi pare una soglia nichilistica,
semmai la disincantata presa d'atto di una condizione e quindi,
forse, un monito rivolto prima di tutto a te stesso.
Qualsiasi sia la nostra storia, poggia sul vuoto. Nel senso
che ciascuno di noi, balzando fuori da se stesso, deve combattere
la sua battaglia con il vuoto. Non c'è consolazione
ma non c'è neppure disperazione. Meno che mai nichilismo.
Affrontare il nulla non significa ridurre il tutto a niente.
Ma il nulla è l'altra faccia della vita, come ci dice
l'antica tradizione sapienziale. E il fatto di andare intanto
navigando alla deriva non vuol dire che non si arrivi da qualche
parte. E' la straordinaria forza della contraddizione che
si impara con l'esperienza, quel principio di contraddizione
costitutivo della realtà di cui si parlava sopra.
In un tuo intervento teorico parli di affidarti alla legge
dell'inversamente proporzionale, ("Un'indicazione di
marcia", in La parola ritrovata, Marsilio, Venezia, 1995,
pp. 135-139), per cui il grande è attingibile nel piccolo,
nel semplice, nel tono sottovoce, smorzato, chiaroscurale
del linguaggio, nelle sue sacche interne e mediante il quale
- come dici - il sublime, a cui non rinunci, è forse
solo davvero pronunciabile. La tua visione del sublime, rinvia
forse anche ad un diverso strumento per vederlo e osservarlo,
una sorta di cannocchiale alla rovescia che riduce, rimpicciolisce
Lo dicono anche i fisici che l'unico modo per l'uomo di trovare
l'infinito è di cercarlo nel piccolo. E, nei loro laboratori,
cercano l'infinitamente grande nell'infinitamente piccolo.
Il segreto, del resto, è lì: in quel vincolo
estremo che tiene assieme particelle minime che si attraggono
perché si respingono. Spezzare quel vincolo, lo sappiamo,
scatena un'energia violentissima. Quanto più contenuta
è la compressione, tanto più incontenibile è
l'esplosione. Insomma, per dirtelo con una battuta taoista,
il mondo empirico e quello metafisico sono tutt'uno. E' un
ossimoro molto stimolante anche per la poesia.
In una tua poesia pubblicata in una plaquette collettanea
(Carte da Levante, Portofranco, Taranto, 1995), scrivi del
"contatto stabilito" e "dell'ansia sciolta
/ con la chiave girata, / dietro, nella porta"(p. 10).
Una tonalità forse nuova o altra rispetto alle conclusioni
di Camera oscura, dove nelle pagine di chiusura affiora la
figura del naufrago (p.94) e del movimento della deriva. Su
quali persistenze ed eventualmente, nuove aperture, si muove
oggi la tua ricerca di uomo e di poeta?
Il movimento è ancora e sempre quello di deriva (come
potrebbe essere diversamente?), ma nella serena condizione
della vita che avanza e si trasforma rimanendo se stessa.
Forse mi piacerebbe dire che è l'effetto di una saggezza
accumulata con l'esperienza
Magari lo fosse! Ma il
saggio, in ogni caso, sa bene di non sapere un bel niente
della vita e sulla vita. Eppure sente di vivere meglio e in
modo più intenso. Mettiamola così. Per il resto,
in questa decina d'anni dall'uscita di "Camera oscura",
ho lavorato molto su tre filoni principali, chiamiamoli così
(tre esperienze per me interessanti e decisive): il morire,
affrontato soprattutto in un lungo poema; l'essere padre,
cioè uno che trasmette la vita, in una specie di pedagogia
involontaria in versi; e l'incapacità di aderire alle
cose del mondo, in una raccolta in tre o quattro tempi.
A cura di ROBERTO TAIOLI
in google, inattuale.clarence.com
INTERVISTA SU PREPARATIVI PER LA PARTENZA
Più che racconti, sono interviste
commentate. I diciotto personaggi di questo libro, che insieme
formano una "piccola piramide di vicende insolite"
dice l'autore, raccontano se stessi sollecitati da un visitatore
curioso, il personaggio che dice io e che in uno dei testi
rivela di abitare a Treviso, proprio come Paolo Ruffilli.
E intanto si autocommentano, con distacco, con un amore verso
se stessi che non è narcisismo, ma l'indulgenza di
chi ha vissuto molti decenni e dall'alto di questa pila di
anni guarda la propria vita già in gran parte delineata.
Ecco quindi questi personaggi, femminili e maschili, parlare
di sé, delle proprie sconfitte anche, con una serenità
che si trasmette al loro ascoltatore, costringendo a pensare
che le loro scelte di vita coraggiose al punto da sembrare
assurde siano invece le più naturali e giuste. La donna
che accetta il gioco dei cacciatori di avventure erotiche
mettendosi un "lucchetto al cuore", lo scrittore
misogino che scopre l'unica ragione di vita nell'amore per
la moglie, il giudice che va a vivere a piano terreno con
le porte sempre aperte per non doversi più sentire
forzosamente al di sopra dei suoi simili.
Forse è più un viaggio nel labirinto delle proprie
curiosità, delle proprie ossessioni, delle scoperte
di una vita vissuta generosamente, e che quindi ha regalato
generosamente, a sua volta, in consapevolezza, in comprensione.
L'insieme produce l'effetto di indulgenza verso gli errori
che chiunque in certe circostanze avrebbe potuto commettere,
indulgenza, curiosità e infine amore verso la "divinità
della vita" che continuamente scorre, immutata, in viventi
forme molteplici.
Lo stile è duttile, rallenta e accelera adeguandosi
alle emozioni, precipita insieme ai personaggi nei burroni
delle loro scoperte, e lascia il lettore senza veramente lasciarlo,
ogni volta con l'ultima brevissima frase che è folgorazione
improvvisa, commento definitivo o piuttosto apertura verso
nuove scoperte.
Paolo Ruffilli narratore è una scoperta, ma forse la
scrittura narrativa è sempre stata parallela a quella
poetica.
Sì, ho sempre scritto anche in prosa. Ma è
una distinzione che sento forzato, forzosa
Per me la
scrittura è scrittura sempre tout court e non ho mai
preso sul serio la divisione in generi codificata nella storia
della letteratura. Del resto, i miei scrittori preferiti (per
esempio, Dante o Leopardi o Sterne, per non parlare di quelli
del nostro tempo come Proust o Joyce o Musil) sono navigatori
di tutti i mari contemporaneamente. E' sempre l'avventura
più straordinaria, il sogno leonardesco di essere tutto
nel niente, grandi nella piccolezza
come i miei protagonisti
appunto.
Questi diciotto personaggi che non obbediscono al buon
senso borghese assassino della vitalità sono tutti
di invenzione. Perché questa scelta?
Perché io invento sempre, anche quando scrivo di me
o di personaggi reali. Sento che, per essere davvero capaci
di capire quello che ci riguarda nel profondo, bisogna scegliere
di affidarsi all'immaginazione. Guai limitarsi alla pura riproduzione
di quello che chiamiamo la realtà oggettiva. Quell'oggetto,
come evidenza, è solo apparenza o abitudine e stato
di comodo
Immaginare significa entrare dentro l'immagine,
per scoprire appunto la sua vera essenza. L'ho imparato con
gli anni, tra l'altro anche come cultore della fotografia,
scoprendo che la fotografia è una pratica magica (ancora
e sempre la radice mag dell'immaginazione) con la quale catturiamo
l'attimo fuggente. Ma l'attimo fuggente che noi fissiamo sulla
superficie dell'istantanea riposa sul vuoto, sul niente. E'
solo lo squarcio attraverso il quale si può entrare
nel retroscena dove riposa appunto la verità che cerchiamo.
E il salto dentro quel varco ci obbliga all'assunzione delle
nostre responsabilità. Perché dobbiamo scendere
in piena libertà dentro il mistero di cui è
fatta la vita in tutti i suoi aspetti.
Il libro non si può definire semplicemente una
"raccolta di racconti": si legge come un romanzo,
reso compatto com'è dalla figura dello scrittore-cercatore
d'anime che va a stimolare con domande insistenti le riflessioni
dei personaggi che incontra. Con quali criteri hai scelto
l'ordine dei testi, come hai costruito la tua "piramide"?
Nella mia indole, prima ancora che nell'esercizio della mia
creatività, c'è questa duplicità: da
una parte la consapevolezza della frantumazione di quello
che siamo, del nostro io, della nostra coscienza, di tutto
quello che ci riguarda e che costituisce la nostra vita, e
dall'altra la scoperta ogni volta sorprendente che c'è
un filo rosso superiore che organizza e ricompone in un insieme
compatto la marea di frammenti e pezzetti in cui siamo apparentemente
dispersi. Così, quando scrivo, sento istintivamente
che le mille parti che si vanno materializzando costituiscono
inevitabilmente i tasselli di un ordine compiuto. Intendiamoci,
uso la testa nel suo insieme quando scrivo, anche l'intelligenza
e la ragione, non solo il sesto senso. Ma è un fatto
che per me diventa naturale dispormi sempre dentro un organismo,
che è in fondo la piramide di cui parlo nel Prologo.
Quasi tutti i personaggi sono "sul punto di partire"
perché sono già anziani e stanno facendo un
bilancio della loro vita. A quale partenza si preparano in
realtà?
La vita mi si è configurata nel tempo come una grande
avventura di movimento, a partire dalla pancia di nostra madre
e già prima di essere vivi nel percorso dello spermatozoo
lanciato verso l'obiettivo dell'ovulo. Mi sento sempre sul
punto di partire e il viaggio, magari dentro una stanza, è
prima di tutto un viaggio mentale: di chi cerca e insegue
le ragioni della vita che gli sfuggono. E' il viaggio della
conoscenza, di cui ha sempre parlato la tradizione sapienziale.
Il viaggio ai confini di se stessi, magari tra incertezze
e paure, attirati a guardare dentro l'abisso che c'è
dentro e fuori di noi. E, da viaggiatori, nasce e cresce il
sospetto che anche là, all'estremità del passaggio,
la strada debba continuare. Chissà come e verso dove
Nel libro ci sono passaggi che spingono a pensare: sui
rapporti amorosi fra uomini e donne, sulla crisi della paternità,
sulla sensazione dei giovani di essere "orfani del mondo",
ma anche sull'origine e la fine della vita, sull'anima. Quanto
ha pesato sulla scelta di questi temi, che sono per lo più
domande senza risposta, l'esperienza personale?
Come dico nel Prologo, il coraggio dell'immaginazione riesce
a farci vedere dentro il buio. E, nella mia esperienza personale,
vedendo mi sono accorto che non è possibile andare
avanti senza farsi parte di tutto ciò che abbiamo in
comune. Perciò come non preoccuparsi di superare tutte
le distanze che ci separano tra di noi, uomini e donne, padri
e figli, giovani e vecchi, bianchi e neri
Scoprendo
di essere parte di un afflato universale, di un'energia potente,
comunque vogliamo chiamarla; che per noi e in noi parla attraverso
quel soffio sottile (così sottile da non poterlo neppure
nominare) che noi chiamiamo distrattamente anima, ma che è
quell'energia potente nella nostra personale piegatura. E
tutto questo, almeno per me, nel segno e nel gioco della letteratura.
Perché la letteratura è la mia passione ed ha,
di conseguenza, una piegatura letteraria la mia anima. Nel
bene e nel male.
A cura di BIANCA GARAVELLI
in "Stilos" 2003
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